scrittura

Lacerto XII

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18 settembre 2016

Il principio è coincidenza tra essere e nulla. È il Dio mistico ed è anche l’assenza di Dio, la Notte. È un essere compenetrato del suo opposto. In apparenza è sé. Tuttavia è anche totalmente altro. Coincidenza tra Sé e Altro. Come possono coincidere se sono separati? Come può venire prima ciò che per logica è dopo? Il Due viene dopo l’Uno, eppure qui il Due è prima, l’Uno è solo apparenza.

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Il diario di Hermes – giorno n. XXXIII

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[Roberte et Gulliver, 1971, Pierre Klossowski]

giorno n. XXXIII (osceno)

la O ripetuta due volte nella parola o-scen-o è la lettera dell’alfabeto che dà massima espressione al senso ultimo del de-siderare, O come uno sbadiglio, O come una bocca spalancata, gemente, durante l’amplesso – bocca che può ripeterla ossessivamente (oooooooo) – O come una voragine che vorrebbe inghiottire tutto, O come il culmine di un vulcano pronto ad eruttare: improvvisa scivolosa apertura su un abisso animale, su un fondo insieme angoscioso e orrido e eccitante che la bocca chiusa, serrata, o semiaperta, sorridente, vorrebbe celare, e su suoni gutturali che la bocca abituata a discorsi o utili o forbiti, che la bocca veicolo del Logos, vorrebbe mettere a tacere come preistoria dell’uomo…
Da sempre siamo attanagliati dalla necessità di penetrare nel mistero del desiderio e in particolare di ciò che desideriamo quando amiamo; desideriamo forse possedere? Essere posseduti? Desideriamo essere desiderati? Amiamo dunque solo per essere amati? Non può darsi amore senza interesse? Sono queste, senza ombra di dubbio, componenti dell’amore e del desiderio, ma l’essenza del desiderare (sempre un de-siderare nel doppio senso letterale, che bisogna assumere appieno, di fissare le stelle e distoglierne lo sguardo) sta nel sapere che ogni cosa non si riduce mai a sé stessa, ma è sempre carica d’Altro. È proprio l’ineliminabile Altro ciò che costituisce la stoffa del desiderio e insieme lo rende affatto misterioso ad ogni tentativo di pensiero razionale.
L’Altro non è una persona, ma tutto ciò che veste e abita un altro individuo, uomo o donna. Abita, veste la persona e la incornicia anche come il paesaggio che la circonda, ma diventa palpabile nella sua massima intensità (ed è così fonte di piacere) solo nell’assenza, quando non c’è, quando manca.
Quando l’uomo o la donna si denudano, si tolgono semplicemente gli abiti? Che cos’è la nudità se non il contrario dell’essere rivestiti dell’alone dell’Altro? Nel desiderio non vi è nulla di naturale. C’è, è vero, una base fisica, ma non la sapremmo ricondurre a ciò che proviamo e sentiamo, ci sono dati biologici che si possono studiare dall’esterno. Quando però vogliamo comprendere da dentro ciò che il desiderio è, allora possiamo dire che è un artificio culturale: ciò che è nudo non è dunque il semplice, il naturale, il candido, ma c’è sempre un alone di osceno in ogni nudità, in differenti gradi. Nel denudarsi c’è un degradamento, un abbassarsi, uno scendere. Certo, la nudità è anche bellezza, semplicità, pudore, delicatezza. Ma bisogna ammettere che queste non possono mai dimenticare il loro fondo: l’osceno. Ed ecco che proprio nel momento in cui pensiamo di toccare, di penetrare il mistero (la copula fisica e la copula del verbo essere sono sempre un tentativo di sintesi e di unione stretta, di penetrazione che vorrebbe l’impossibile fusione), quando pensiamo di essere uniti con l’altro che desideriamo, scopriamo allora che l’altro è affatto Altro e che l’osceno è ciò che non appare e insieme è presente nell’assenza: è fuori scena è insieme tutto ciò che è sulla scena.
Per rendere sensibile il concetto si può immaginare la luce bianca del neon, essa genera una illuminazione cruda, senza ombre; così è l’effetto del desiderio, ci mette davanti un corpo, un oggetto e ci intima di possederlo come tale. Non una persona, non una donna che amiamo, ma un oggetto da manipolare, buchi da riempire, bellezza da sporcare. Insieme sappiamo che l’essenza del desiderio non è solo questo, che c’è anche altro, che l’ombra rimane: quell’Altro che noi siamo lo abbiamo levato con gli abiti, ma è proprio nel momento della sua assenza che si rivela nel modo più struggente, nella sua presenza più eccitante. La donna che viene posseduta, non si riduce a un corpo-oggetto, è altro: è il suo ruolo sociale, la sua onestà, il suo pudore, la sua intelligenza, la sua caparbietà, i suoi modi delicati e gentili, il suo sorriso discreto, ecc. Ecco ciò che la rende desiderabile: che nel momento dell’offrirsi, dell’abbandono, noi sappiamo che è insieme sia oggetto offerto al nostro piacere sia soggetto libero e responsabile, che si dona a noi levandosi di dosso l’Altro che la ricopriva, che ci omaggia della sua nudità come assenza dell’Altro.
Come si vede, si tratta sempre di maschere e abiti da indossare e togliere al momento opportuno e della consapevolezza soprattutto che, una volta levati, permangono sulla scena come sfondo indispensabile alla nudità e all’assenza. Nel de-siderare contano sia la presenza che lo sfondo (il ricordo dell’Altro) da cui questa s’innalza…

Il diario di Hermes – giorno n. XXX

uomo con cane bacon

[Uomo con cane, Francis Bacon, 1953]

giorno n. XXX (cane-lupo)

sogno di un cane

mi accontento di ringhiare domande
e non mollare la presa, ma per gioco.
I tuoi comandi? la mia Legge
a cuccia fiuto l’osso
del mio futuro
e corro a più non posso
da e verso quella mano che bastona e sfama

ma sognai un giorno di avi
non più con occhi vigili per il gregge
e placidi nella ferocia ignara del tempo
leccarsi con fierezza il pelo
senza cura di casa o focolare,
reggitori soli di tane
e vidi i loro gialli denti affilati
come sbarre di cancelli al confine di piaceri
rudi e vividi e innocenti
seppi dell’odore del sangue
e della fame che rende bruti
e scheletrici di bellezza e di morte

davanti a loro
ero nudo e vergognoso,
sempre steso all’uscio delle porte
al margine del tepore che volevo abitare
Io, che al sapere della terra preferivo il cielo,
annusavo impudico le parti basse di Dio
per strappare una carezza
caritatevole e falsa
per una dolce schiavitù
di guaiti in feste zuccherate
nel presente degli avanzi dell’umano…

 

Il diario di Hermes – giorno n. XXIX

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[Giardino delle delizie (pannello centrale) Hieronymus Bosch, 1480-90 c.a.]

giorno n. XXIX (Adamo)

avevo in me valli ubertose
e ridda di anime in festa
quando la tua carezza ricamava in viso
il tramonto di un giorno di pace
che s’aggiungeva senza fretta ai passati.
Non sapevo di altri mondi
e l’animale tuo soffio colmava
ogni possibile cielo.

Che bisogno c’è di crescere, di sapere
di cercare? E di discernere il bene dal male?
Meglio l’esistenza del bruto
e il fiuto per le ombre
e lappare senza vergogna la bellezza
nel volto rispecchiato
di lei che è me.

Che tutto fosse guastato indovinai
al primo sguardo di quel Dio
che fece cagliare il latte,
saette di cieche pupille
dai suoi occhi e rotti giocattoli
da stipare nel baule

e dover spennare i ricordi
per la vana ricerca del proprio posto
in stanze ingombre troppo
o troppo vuote

mai, dico
mai
potei immaginare allora che tu abiti nel

sempre

(in eterno mancante
e mancato
eternamente)

Il diario di Hermes – giorno n. XXVI

Turner The Shipwreck 1805

[Turner, The Shipwreck, 1805]

giorno n. XXVI (foglio bianco)

bianco, senza alcun segno
il foglio dell’anima che nasce con noi
per poco si conserva candido
e piano –
subito zeppo di cancellature
e margini superati e macchie
e storti caratteri, e sbavature
e grafia nervosa,
s’ingiallisce per poi assurgere
con commovente superbia a eternità

qualche lontano discendente troverà queste righe
per caso o apposta, non so
scrivo solo per lui

(ricordo ancora le lettere tonde
che a scuola da piccolo compitavo
non indovinando ancora che quelli
erano i primi segni, privilegiati
panciuti – goffi – anch’essi con il grembiulino blu –
cerimoniosi e belli –
incerti e insieme perfetti
novelli primi passi nella scrittura)

ogni tratto, anche il più piccolo, s’ispessisce
recita la parte di ciò che dura
ogni segno è piega

è piaga

o supplica al cielo –

come uno spalancarsi delle labbra
in riso sguaiato
o in pianto
umido di perle,
le mani contratte e le cosce aperte –

l’amore panico del creato
insieme al sapore salato delle lacrime

fa andare a fondo la barca:
l’iniziale candore
di ciò che nasce per poi dover morire
non permette il galleggiamento –
solo il naufragio è il desiderato compimento
del viaggio

si salpa nascendo alla meraviglia
e si approda serbando il mistero
senza nulla aver saputo,
unica nostra consolazione è
aver riempito quel bianco foglio
per posteri che ignoriamo,
uomini come me come te in ogni tempo,
spauriti e folli per il medesimo
millenario smarrimento

Il diario di Hermes – giorno n. XXII

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[Nel Labirinto ® 2011 Daniele Baron]

giorno n. XXII (labirinto)

…nelle geometrie di perdizione del labirinto l’angoscia e la sospensione donano un’ebbrezza rara che i più consigliano di fuggire. Non sappiamo cosa ci conduca a vagare nel labirinto: forse il fatto che lì il raggio di luce, chiuso nella notte, penetri con la forza e l’accecante oscenità del fallo in erezione. Il buio gode nell’essere violato e nel mostrare nella penombra le sue parti più basse e nascoste, nel farne dono come del suo più prezioso gioiello, come l’unica via, per quanto maledetta, verso il cielo e l’assoluto. Anche l’orrore, anche le più arcaiche pulsioni, hanno uno splendore inconfessabile che ci mette in contatto con il fondo di tutte le cose. Ci inginocchiamo davanti all’assoluto: non possiamo far altro che gemere e pregare – non possiamo spiegarcelo, siamo presi, rapiti, in un fuoco che illumina e insieme rende ciechi. Dobbiamo disperare di conoscere alla luce del sole una verità che ama gli anfratti, che ama la trasgressione alle regole della normale sintassi, l’abbandono al delirio, alla frenesia inspiegabile e incontrollata del gioco delle parole e delle idee, del tutto simile al rincorrersi pazzo ed infantile degli amanti…

Il diario di Hermes – giorno n. XXI

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[Pierre Klossowki, Socrate interrogeant le jeune charmide]

giorno n. XXI (il Fuori come verità del dentro)

quando non si hanno altri argomenti, quando si vuole cercare una fortezza inespugnabile, quando inermi vogliamo affermare per paradosso la nostra forza, quando in catene vogliamo pensarci liberi, quando schiavi vogliamo raffigurarci signori, ecco allora che ci rivolgiamo al tribunale di ultima istanza, tribunale che può assumere e che ha assunto diversi nomi, diverse nature, diverse facce, ma che alla fine tutti concordano nel localizzare dentro, nell’intimità. Anima, Coscienza, Sentimento, Ragione, Sensibilità, infiniti nomi sono stati dati a questo intimo. Non voglio dire che siano tutti la stessa cosa, ma il loro minimo comun denominatore è di essere dentro; se anche in passato si è decretato che in un luogo individuato e specifico doveva trovarsi l’intimo, tanto che avremmo potuto toccarlo, nel cuore nel cervello ad esempio, presto si è compreso che esso sfugge sempre alla localizzazione definitiva, poiché non coincide con un organo particolare del corpo. L’intimo ha la paradossale natura di essere in luogo e insieme di non essere lì. E ne sospettiamo il motivo: il senso ultimo della sua topica atopia è di sottrarsi a questa terra. Non vorrei, tuttavia, qui urtare le sensibilità dell’animale evoluto Uomo e l’alta opininione che questi ha di sé, perciò procedo con cautela; spesso nobili veli nascondono sordide villose protuberanze e marcescenze, deiezioni mal sopportate e vergognose, levarli senza delicatezza potrebbe farci sembrare bruti. Ho provato anche io a cercare, a frugarmi dentro, come tutti convinto di trovare chissà quali ricchezze. Quanti ho sentito dire: lì sta la verità, cercala! Lì sta l’amore, cercalo! Lì stanno la bellezza, la giustizia, la forza, la dignità, la ragione, la coscienza o la sua voce e chissà quante altre cose… E allora per un po’ mi avete convinto, anche io mi sono rintanato in me stesso, anche io mi sono sentito prezioso e unico in virtù del mio ineffabile “dentro”, anche io ho voluto costruire una torre d’avorio dove ascoltare solo il suono della mia voce, anche io ho pensato alla perdita del mio dentro come a una perdita terribile, anche io ho voluto abbracciarmi per diventare impermeabile e saggio, anche io ho pensato che la scrittura dovesse essere il liquore distillato dal rimuginare del dentro, anche io pensato che fosse un mio diritto assoluto perdermi nel labirinto del dentro e non lasciarvi entrare alcuno; l’intimo ha la capacità alchemica di tramutare una cosa nell’altra: oh quanta perfezione ho creduto di trovare nell’imperfezione!, quanta saggezza nella stupidità!, quanta umiltà nell’egocentrismo!, quanta bellezza nei calli dei miei piedi! E poi mi è stato insegnato che il mondo, tutto l’universo, doveva trovarsi proprio lì dentro. Infatti, mi dicevano: prova a guardare una pianta, prova a tuffarti in un fiume, prova a lavorare per ore e ore, sei sempre tu che guardi, sempre tu che usi il tuo corpo come strumento, sempre tu che decidi o meno di fare o non fare, tu non puoi mai sparire, il tuo “io” ti accompagna sempre, rimane sempre accanto ad ogni oggetto, ad ogni emozione, ad ogni pensiero.
Convinto da tali ragionamenti, ho pensato dunque che fosse necessario basare ogni certezza sull’intimo che è bastante a sé e non ha bisogno di altro. Che cosa straordinaria dovevano ancora udire le mie orecchie! In quell’intimo si troverebbe addirittura Dio! Dio parla a tu per tu con l’intimo, con la tua coscienza, ti sussurra all’orecchio, Dio pensa sempre a te in virtù del tuo dentro! Nel tuo dentro ci sarebbe un passaggio, una porta, per Dio, lì ci sarebbe una luce particolare che viene da Dio. Dopo tutte queste mirabolanti qualità chi di voi non cederebbe e non si lascerebbe convincere?
Eppure rieccomi qui con un pugno di mosche, ho cercato in quel dentro e non vi ho trovato nulla, nulla se non un vento fortissimo che conduce fuori. Non starò qui a raccontarvi come ad una ad una siano cadute tutte le verità, come sotto il disinteresse si nasconda l’interesse, come sotto il nobile si nasconda l’ignobile; dico solo che è salutare, sano, da benedire, tutto ciò che contraddice con asprezza la melassa del dentro, dell’intimo, che ha fatto cariare tutti i denti al sapere millenario dell’Uomo. Ben venga la benedizione di ciò che finora era stato sempre maledetto! Ben venga la ferocia che mostra all’animale evoluto Uomo il suo stato di infermità e minorità e la nostalgia giusta per ciò che ha preceduto la sua presunta evoluzione!
Occorre ora svelare ciò che si è tentato sempre di nascondere: il vero senso dell’intimo, del dentro, vale a dire il senso volgare; l’intimo designerà in senso proprio e vero solo le parti considerate basse, lì sta la verità dell’intimo, non nel cuore o nel cervello, ma nel pene, nell’ano, nella vagina! Vagina ano e pene saranno l’espressione propria dell’intimo, come ogni parodia intuisce, come ogni carnevale sa, e insieme saranno il veicolo per condurre fuori. E in fondo tali sono sempre stati. Provate a leggere tutte le esortazioni a cercare dentro di sé come inviti all’autoerotismo, provate a pensare a ogni discorso sull’anima come semplice espressione di desiderio represso di frenesia amorosa, provate a ridurre ogni pensiero ai dati biologici e fisici del soggetto; vi verrà da ridere o da sorridere, ma avrete anche la percezione di quanta menzogna avete dovuto sopportare finora. È ora che il Fuori faccia valere tutti i suoi diritti: lì nel fuori l’individuo sarà solo per essere moltiplicato e disperso nell’universo, le cose si muteranno gioiosamente una nell’altra senza badare alla logica bolsa dell’Uomo e al suo bisogno di identità: il “divenire altro” sarà un modo semplice per esprimere il coito universale delle cose, essere altro da sé diventerà segno di eccitante annientamento di ogni stare in sé e così, solo così, s’invererà l’anelito all’intimità che da sempre ha caratterizzato la nostra storia…