Il diario di Hermes

INTRODUZIONE

Il diario di Hermes è ancora in fase di formazione, si compone per sedimentazione come una roccia, ha un principio e avrà una fine un giorno (non so indicare quando ciò potrà avvenire: forse sarà un compimento, più probabilmente sarà un distacco, un passaggio inevitabile ad altro, lasciando tutto sospeso nell’incompiutezza), non è nato come progetto. In un certo senso, può essere letto come una specie di strenua resistenza ad un progetto.
Difficile per l’autore dire che cosa sia. E per il fatto che è ancora in fieri, e per la sua natura specifica. Insieme è interessante, ora che i giorni si affastellano, cominciare a fare il punto, a guardarsi alle spalle.
Il titolo a prima vista suggerisce la composizione e vagamente l’argomento.
La composizione: sono pagine di un diario, si susseguono come pensieri di giorni successivi di un soggetto. La loro forma è congeniale per l’uscita come post del blog. Tuttavia, se leggiamo i giorni, il passaggio da un registro all’altro da un argomento all’altro, il fatto stesso che sembra che siano più voci a parlare e non un solo soggetto, ci fanno concludere che non è un vero e proprio diario, più che un diario intimo, di confessione e di autocoscienza, è una creazione di figure o di immagini esprimenti concetti e sensazioni. Nessuna confessione relativa ad un soggetto particolare, ma il tentativo di catturare, attraverso immagini, i sentimenti ed i concetti a cui mi preme dare vita, cercando di armonizzare registri e generi diversi. Non c’è sequenzialità, ogni giorno è a sé stante, un giorno può essere letto prima o dopo rispetto all’ordine indicato. Si potrebbe concludere a questo punto che non ha più senso chiamarlo diario, che non ha nulla a che spartire con l’idea che noi ci facciamo del diario. Non è così. Il punto di partenza è lo stesso del diario: un soggetto vuole esprimere ciò che sente e non è indifferente il fatto che i giorni siano pubblicati successivamente, uno alla volta. Insomma: la struttura formale è proprio quella di un diario, i giorni si accumulano uno dopo l’altro e la pagina bianca è il futuro ancora da scrivere.
L’argomento: se pensiamo ad Hermes come personaggio, automaticamente viene richiamata alla memoria la tradizione dell’alchimia e probabilmente per associazione anche l’ermetismo come tradizione letteraria (con la quale il mio diario ha poco a che fare). Anche qui, nonostante la presenza di simboli, di figure tratte dalla tradizione alchemica, nonostante la mia passione per quell’ambito spirituale, e le mie ricerche in quella direzione, non credo che si possa dire che il richiamo all’alchimia vada oltre la suggestione, dato che altri elementi si inseriscono. L’alter ego che mi sono scelto per questo scritto è sì caratterizzante, ma non vi è nulla di sapienziale, non vuole trasmettere o riprendere un sapere ben definito. Si può dire che la mia scrittura vuole riferirsi a quel sapere, trovandovi ispirazione e radici, ma per creare qualcosa di nuovo.
Ancora più difficile classificarlo in base al genere, proprio perché si alternano differenti generi: dalla riflessione, alla prosa poetica, alla poesia, al dialogo teatrale. Quando ho iniziato a scriverlo non avevo in mente sotto quale rubrica classificare la mia scrittura e poco alla volta, con l’accumularsi dei giorni, la libertà dal genere è diventata una delle spinte che mi ha portato a comporre ulteriormente e in modo differente da ciò che avevo composto fino a lì. Libertà dunque paradossale che mette capo all’abitudine alla variazione, al continuo spaesamento rispetto al già letto. Sarà inevitabile ripetersi, ammesso che io non l’abbia già fatto: dalla somma dei giorni compariranno degli stilemi che mi sono propri. Tuttavia, come regola prima mi sono dato quella della libertà di sperimentazione.
In conclusione, presentando un estratto dei giorni fino a qui pubblicati, al lettore pertanto offro una creatura ancora viva, frutto della libera sperimentazione della mia scrittura, un diario che dovrebbe essere un viatico di autocoscienza e spero, soprattutto, di godimento pari o superiore al mio nello scriverlo.
Forse è la scrittura stessa, nei suoi momenti migliori, la vera pietra filosofale.

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INDICE:

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giorno n. I (neve)

il silenzio intorno e le orme a sporcare l’immacolato bianco: mi ha sempre fatto pensare tutta questa neve, non l’ho mai trovata riposante: il buio più cupo, più refrattario alla luce, terreno nero sepolto di pietre sorde, come il cielo in una notte senza stelle, a tratti affiorante, lancia occhiate torve sotto quel candore – qualche cosa si nasconde a rammentare la cenere del consumato ribollire della natura in fiore – gli scheletri delle piante evocano quel silenzio, fatto più di parole soffocate e di non saper dire piuttosto che di placida contemplazione – eppure in quell’ingoiare cotone avverto la violenza dell’ineluttabile processo di morte e di rinascita e mi sento di poter abbracciare la terra, mi annullo, come l’ombra a mezzogiorno aderisco totalmente al mio corpo disperso in mezzo a quel freddo marmo grezzo…

giorno n. II (scherzo della febbre)

non si potrebbe reggere a lungo alla febbre che ogni giorno ci visiterebbe come un’ospite attesa ma troppo puntuale o in anticipo, qualora spingessimo i nostri pensieri a pascolare al margine dell’abisso…
circondati da ebbre colline al tramonto che rosseggia, solo come fugace soffio – dolce carezza sulla fronte madida e bollente e bacio della buonanotte di mamma da sotto le coperte rimboccate – rifluito dallo spiraglio di una porta lì affacciata, su quel fondo senza fondo, può sfiorarci il pensiero dell’abisso:
sentirsi preda del destino, pur sapendo del suo travestimento da caso fortuito – sapere che siamo insieme Assoluto e infimo granello di polvere – che bisogna vivere ogni istante come se fosse insieme superfluo e necessario, eterno e caduco – ecco la moneta che dobbiamo serbare e spendere al momento opportuno – ecco la verità scherzo della febbre…
invece, dimentichiamo la saggezza e ci apprestiamo di buon grado al salasso di anima, praticato quotidianamente, per guadagnare la tranquillità di coscienza, poi ci accomodiamo davanti al solito spettacolo in programma, tastando compiaciuti i fondali di cartapesta intorno alla nostra scena: così la vera vita ha le caratteristiche dell’unico lusso che ci concediamo dopo un lavoro estenuante
la vera vita oggi: una domenica trascorsa nella noncuranza, senza sapere perché e senza particolare piacere, giornata che ci vede troppo stanchi, spossati dal meccanico piegarci, in attesa di qualche cosa che non arriverà, come ciò che abbiamo “sulla punta della lingua”, ma non riusciamo più a dire, un fantasma recluso in una segreta impenetrabile della mente, qualche cosa che c’è stato un tempo, ma mai più, neanche per caso, ci sarà, che perde addirittura importanza nell’abitudine del ripetersi delle settimane, dei mesi, degli anni, che scorrono con la stessa uniformità dei pioppi che costeggiano un viale…

giorno n. III (equazioni lineari)

piede che schiaccia il petto e pesa dolce sul cuore, accolto poi nei suoi capelli biondi sparsi, profumati come grano = miele succhiato attraverso il suolo come nettare nel tentativo di strisciare come un serpente ai suoi piedi sacri, per quanto sudici (equazione orizzontale dell’amore passionale e divino)

ano che espelle l’ombra viva dell’anima, tutto ciò che non vogliamo sapere e subodoriamo = occhio che contempla il sole, per esserne accecato, spuntato in cima al capo come un osceno e beffardo buco dello spirito, a volte gonfio come un fallo, occhio pineale, erutta come un vulcano tutto ciò che forma il non-sapere (equazione verticale di Bataille)

accecamento per troppo vedere, nei campi di grano colpo di pistola e corvi che improvvisano una danza estiva = notte cimitero di stelle, grido in fondo a nere cantine umide, ratti sonnambuli rosiccchiano idee chiare e distinte e istinti fermentano sotto forma di sogni in botti d’infanzia (equazione del veggente)

vene gonfie alle tempie riscaldate dal sole, ciondolo d’oro al suo collo nascosto nel profumo del seno, luccicante richiamo per gazze sempre in calore e tranquillamente affacciate alla violenza animale e cieca, moneta per comprarsi il lusso, al di là di ogni regola e di ogni invidia = putrefazione e materia fecale, acque sporche del pozzo nella cui freschezza amiamo in pieno giorno inumarci, cadavere sotto la luce della luna, argenteo riverbero delle acque salmastre di un porto ignoto (equazione alchemica)

IO = DIO (equazione della potenza)

sé = altro (equazione del divenire)

x è l’incognita del de-siderare, fiume che ci attraversa e ci disperde come particelle nel mondo, acqua nell’acqua, terra nella terra, fuoco nel fuoco, aria nell’aria…

giorno n. IV (de-ragliare)

chi di voi ride del raglio dell’asino, per l’insistito I-OOOOO, dovrebbe guardarsi allo specchio: forse in sé può scorgere l’indicazione della direzione che conduce alla bestiale ignoranza e stupidità: l’identità affermata sub specie aeternitatis e il suo rincorrere nascondigli per salvare la pelle sotto lo sguardo bonario del Padre. I-OOOOO significa dunque superba affermazione di sé, coscienza come IO, base per saperi assoluti che come castelli di carte crollano al primo soffio del vento.
Il raglio dell’asino è l’espressione di un sapere che non ammette nulla fuori di sé, che non sopporta altro oltre sé, che riassorbe in sé tutto, che osa porsi al di fuori del corso degli eventi. Non conosce alter-azione e non è toccato da nulla. Troppo sicuro di sé e delle proprie forze, l’uomo che pretende di sapere, l’uomo a noi contemporaneo in fondo, sembra quell’asino che non ha altro vocabolo che il primo pronome personale singolare; tutto, qui, anche Dio, si innalza sulla base dello stupido raglio insistito: I-OOOOO.
Tuttavia, in passato l’asino era un animale sacro e divino e gli veniva tributato il giusto rispetto che merita una bestia che da sempre è stata familiare e utile al lavoro dell’uomo. Nella divinità dell’asino gli antichi vedevano la materia prima che deve formarsi e mettere capo ad una creazione sopra di sé, punto di partenza per l’azione dolce e modellatrice del desiderio, umile inizio necessario e pertanto benedetto per un perfezionamento finale.
A volte simbolo di irrefrenabile pulsione sessuale, del fallo in erezione, e vittima sacrificale durante feste in cui veniva lodata la sovrabbondanza, a volte protagonista di feste medioevali in suo onore, che erano momento di rovesciamento e inversione di ogni valore della società, l’asino ha incarnato in passato il basso portato in alto, l’inferiore lodato per le sue vili caratteristiche e proprio per questo reso celeste in speciali momenti rituali.
Immaginiamo di poter evocare quelle feste sacre e di riuscire ad interpretare, per soprannaturale potere, ciò che l’asino dice con il suo verso, il significato del suo raglio si tradurrebbe in queste profonde parole: “Non sappiamo fino a che punto nel bel mezzo della faticosa lotta con le onde siamo spinti dalla meta a cui tendiamo o dal semplice andare alla deriva. Se fossimo in grado di isolare il desiderio nella sua purezza, forse saremmo stupiti nel constatare che è spinto da una forza in grado di far deragliare e di far infrangere la barca contro gli scogli: un faro che sporca la luce del giorno con la sua oscurità”.
Pertanto, l’asino può insegnare a de-ragliare, il suo verso è sia monito che veicolo della propria negazione.
Il de-ragliare è, letteralmente, uscire di strada, inoltrarsi nella zona selvaggia del paesaggio, allontanarsi dai binari della logica comune, un incidente voluto che va contro il normale corso degli eventi. E’ perdere le coordinate per calpestare con piede eccitato l’ignoto, è disperdere ciò che era stato preservato. De-ragliare è smarrire il filo, andare avanti senza conoscere la meta; è lasciarsi andare alla spinta della vis a tergo che ci attraversa come un fiume. E’ il de-lirare, uscire dal solco, dai solchi. Abbandonare i campi coltivati, le colline dolci, le città piene di finestre illuminate come occhi, per inoltrarsi nella foresta di lupi e serpi e sassi. Ecco che qui ci si allontana dall’affermazione dell’io come fondamento di senso e di intelletto, dal raglio, dal verso che ci pare risibile, il de- è infatti la particella latina che significa separazione e allontanamento e privazione, il raglio dell’I-OOOOO viene negato in nome del non-sapere che insidia il sapere.
In modo paradossale, il de-ragliare, però, non esclude il proprio opposto: la logica crede di potersi prendere la rivincita in alcuni casi, avendo buon gioco nel mostrare che le affermazioni ed i concetti che compongono il de-ragliare non sono altro che ragli travestiti, che tutti i deliri sono pericolosi e contagiosi slittamenti verso un semplice ed irrazionale ragliare.
Noi siamo coscienti di ragliare anche quando pronunciamo e portiamo avanti la parola verità, sappiamo del lungo e necessario processo di denudamento e di crescita che dobbiamo intraprendere, sappiamo che l’essenziale per affermarsi deve passare attraverso l’inessenziale e non può farne a meno, come non può fare a meno del travestimento, della bestialità, del rovesciamento dei valori, del raglio insistito, per poi sacrificarsi in nome di un’unità divina alla quale assurge anche l’umile asino, de-ragliando verso l’ignoto…

giorno V (a-capo)

nel testo sogno di interpretare e scrivere l’a-capo come assenza di capo o senza-capo e non come andare a capo nei due modi ammessi: come lirico passaggio (a-capo poetico), o come interruzione necessaria e logica al discorso, punto a capo (a-capo prosaico):
fine non evocata e giustificata dal principio
principio che non contiene alcuna armonica fine
improvvisa impensata interruzione.
E andare a capo senza accorgersi che
lo si è fatto
e farlo senza
necessità
a-capo significa: dare in pasto ai lupi il sapere accumulato, sentire l’eccitazione nascere da eserciti di idee in marcia senza comando, il loro solletico per tutto il corpo suscita erezioni meditate, il loro brulincante avanzare orgasmi di senso, il loro fermentare piacevoli deiezioni di sofismi cupi:
nubi, onde, tori, torri,
monte che s’ammantano di luce
sgualcite pagine di un diario: cartello stradale
mentre un mantello d’ambra mi ricopre come un sudario
il Battista ritrovato in un vagone letto durante il passaggio in galleria
danza con il capo sopra il vassoio
felice offerta di questo viaggio illuminato
per quanto notturno
occorre decentrare il volto come il cuore, volgerlo a sinistra, cercare l’ombra in cui giacere là dove non si trova: in pieno sole, nell’arsura dell’occhio divino – alzare le braccia verso il cielo per strapparne brandelli, alla cieca, dilaniare avidi l’azzurro come carne cruda di carcassa ancora calda (eleganti avvoltoi sanno lodare la ferocia – impariamo dalla loro pazienza nel volteggiare!):
c’è del nero oltre lo strappo ricucito della volta celeste, ferita di dio:
ecco la soglia!
è necessario de-capitare
il grano è maturo…

giorno n. VI (doppio ovvero i gemelli)

si comunica con il proprio Altro attraverso lo specchio in frantumi in una stanza vuota senza porte e senza finestre; i molteplici pezzi dell’immagine che ci sta davanti, nostro riflesso, rappresentano l’urlo ibernato dell’impossibilità di comunicare…
Immaginiamo che ogni pensiero, che ogni sentimento, che ogni espressione del nostro viso, che ogni singola fibra del nostro corpo, di notte venga rubato da un Altro che sia del tutto simile a noi – tutto ciò che con certezza pensavamo ci appartenesse, di diritto, nostra proprietà privata e intima, ci viene con altrettanto diritto portato via da questo ladro silenzioso e a nulla valgono la legge, a nulla l’autorità, a nulla le resistenze, non c’è nessuno che possa vedere e denunciare il fatto: quell’Altro appare identico a me e nessuno può contestargli di avere sottratto ingiustamente qualche cosa, poiché in fondo quell’Altro sono Io.
È il mio gemello identico: è specchio delle mie azioni, ripete meccanicamente ogni mio gesto, di proposito nello stesso modo, una frazione di tempo infinitesimale dopo, ma del tutto impercettibile dall’esterno e dagli altri, come l’aggiunta di un’eco alla mia voce – a chi non è capitato di provare questa sensazione: per la prima volta ha udito la propria voce registrata e gli è sembrata diversa, meno dolce, più metallica, quasi contraffatta, come la voce di un altro, e si è vergognato di avere pensato di parlare in un modo e invece di essere stato udito dagli altri sempre in un altro modo? Proprio questa è la sensazione che la presenza silenziosa dell’Altro porta con sé – possiamo non accorgecene mai, ma quando la intuiamo non ci abbandona più, come un’ombra che ci segue, la nostra ombra sempre attaccata al corpo, assenza di luce che si anima e che agisce al nostro posto e a nostra insaputa, quando vogliamo riposare (salvo poi venirci a narrare tutto con dovizia sadica di particolari, bisbigliando fastidiosamente nell’orecchio e prolungando così la nostra veglia).
Il nostro gemello è il retropensiero che ci smentisce dicendo l’opposto quando affermiamo qualche cosa come principio. Quando noi diciamo: “No”, lui dice: “Sì”, quando aneliamo alla luce, lui volge i propri occhi verso la tenebra, quando affermiamo di qualcosa che è bianco, lui intende nero; quando ci allontaniamo da una situazione spiacevole, lui ci si avvicina pericolosamente, quando decidiamo di sorvolare su qualcosa, lui interpreta il volo come un lasciare la scia di lumaca-aeroplano sul cielo…
A volte il mio gemello può interpretare i miei oscuri istinti meglio di quanto possa fare io e metterli in atto al mio posto: a nulla varrà allora tentare di rinnegarlo, di staccarmi dal cordone ombelicale che ci lega, a nulla varrà dire: “Io sono diverso, non sono lui”, solo perché non ho portato a realizzazione ciò che ho desiderato: ci penserà lui, mi guarderà di nascosto con i suoi occhi duri e con un ghigno che ben conosco, mentre si avvia a fare ciò che non riesco a fare. Quando affonderà la lama nel petto della vittima, quando sentirà il caldo sangue bagnargli le labbra, penserà a me, suo debole compagno da guidare sempre e da cui non si può separare mai, sua condanna e suo unico amore.
L’Altro cerca di cullarti in visioni consolatrici, dipingendoti diverso da ciò che sei, ma tu sai che l’immaginazione nasconde la rugosa realtà: ti dice che sei re in un castello, mentre fredde catene ti fermano i polsi e sbarre rigano il cielo; quando per miracolo potrai guardarti da fuori, con lo sguardo dell’Altro, ti vedrai simile ad uno scarafaggio che incespica stupidamente, muovendo le zampette in modo incontrollabile, come lo scarabeo e la sua palla di sterco, ostinato nel fare il contrario di ciò che ora ti pare ragionevole.
Ma la consapevolezza e il distacco durano poco: non ci si sbarazza facilmente del proprio gemello-altro che ci ingoia come un cannibale.
Ogni tanto ti chiedi se lui non sia in fondo altri che te stesso ma, per così dire, forgiato, plasmato, dallo sguardo delle altre persone: la tua passeggiata per strada, il tuo viso, la tua pettinatura, il tuo volto, le tue mani, tutto te stesso, anche la tua figura vista da dietro, la tua nuca, la tua schiena, tutto ti arriva filtrato dallo sguardo degli altri. A questo punto, ti dici: “Ecco! Gli altri mi rivelano ciò che sono per loro, in pubblico. La folla è lo specchio in cui mi vedo finalmente, ma, in fondo, io non sono così!” e ti piace rassicurarti al pensiero che nella tua tana sei al sicuro da quell’immagine pubblica falsa, dall’Altro che sei in piazza, che nei tuoi cunicoli puoi custodire e sottrarre a sguardi invidiosi e minacciosi, tesori e prede… Attento! Attento che quell’Altro non penetri di nascosto nel tuo nascondiglio e non ti faccia l’agguato alle spalle per usurpare il cantuccio dove pensavi non albergasse il pericolo! Sei proprio sicuro di custodire tesori, o si tratta soltanto di escrementi?
Sconcertato e esausto, dopo questo gioco di maschere, vorresti finalmente avere la pace che si raggiunge nel sonno e pensi di affogare l’Altro o nell’azione o rinnovando l’esercizio millenario del “Conosci te stesso”; vorresti che il tuo amato gemello (che ti aspetta a casa, che accende per te la stufa, che per te affila i coltelli) sparisse o non fosse mai esistito e pensi di sbarazzartene o con un gesto pubblico plateale oppure con la conoscenza esatta di te…
Tutto ciò è vano: una volta instaurato il gioco di specchi e la moltiplicazione dei punti di vista, l’unica speranza è vagare nel labirinto tenendo a bada le voci che lo percorrono, cercando l’uscita.
Occorrerebbe, lo sappiamo, risalire a prima della separazione, a prima del concepimento mostruoso dei gemelli, nell’utero…

giorno n. VII (tra parentesi)

che ciò sia detto tra parentesi: io amo il tra parentesi soprattutto quando complica e interrompe e fa perdere il filo (ritornano il de-ragliare e insieme Arianna e il Minotauro, ricorrenti immagini che perseguitano) di un discorso ben articolato, anche quando aggiunge un di più che alla fine potrebbe stare fuori di parentesi se fosse da un’altra parte (un approfondimento che s’insinua nel testo senza aggiungere se non un orpello), amo anche la vertigine del tra parentesi con un discorso lunghissimo, che può durare differenti righe, un paragrafo a sé, tanto che poi ci smarriamo come nel labirinto: non sappiamo più se siamo ancora tra parentesi o fuori nel testo, ci voltiamo un attimo indietro, per assicurarci che ci sia una parentesi alle nostre spalle e avanziamo velocemente fino al fondo del paragrafo per vedere che ci sia una parentesi alla fine, e rassicurati vorremmo ancora sostare un po’ nella sospensione (la sospensione del tra parentesi infatti crea anche un senso di sicurezza, come tornare nel grembo materno, come regredire alla lallazione, giustificati dal fatto che il discorso serio è fuori, nel resto del testo, mentre qui ci si può prendere delle libertà sia con il senso che con il significante, senza che qualcuno se ne accorga. Si può fare un esempio, una digressione, attardarsi in una spiegazione che il lettore può con comodità saltare senza per questo perdere la totalità del senso, mettere soltanto una sfumatura in più, un dettaglio, importante ma non essenziale. Si può addirittura essere oscuri e con le fiaccole gettare qualche lume sulle pareti. Una pausa necessaria intorno al fuoco per ritemprarsi durante un viaggio). Mi dico che sarebbe bello aprire una parentesi e poi non chiuderla più (per dare il senso della insoddisfazione perpetua e della sospensione senza risoluzione.
Sarebbe bello anche aprire e chiudere una parentesi senza mettere nulla in mezzo, per catturare il silenzio e l’assenza ( )
Infine affermo che tutto andrebbe scritto tra parentesi, poiché in fondo la vita non è altro che un tra parentesi con un prima e dopo ignoto, tanto che tutto potrebbe essere sintetizzato così:
(una vita)

giorno n. VIII (estasi)

“fa’ del tuo corpo il tempio che io sarò autorizzato a profanare, renditi preziosa al mondo al solo scopo di abbassarti davanti a me:
bocca aperta quando dici spirito – io intendo carne
occhi celesti quando contemplate il cielo – io so che sognate l’abisso
mani delicate e dita sottili, strumento preciso di lavoro e studio, accarezzate libri sacri – io so in quali lordure vi sporcherete
viso serio e fine, serenamente affacciato a sorrisi di circostanza – io so dell’osceno abbandono, dello scompiglio, del rossore che si compiace di sé
voce flautata e intelligente sguardo, che sa mettere tutte le cose in ordine – io presento inarticolati gemiti, simili a preghiere soffocate, ed il roteare delle pupille perse nel bianco, come boa nel mare per immersi pensieri subaquei
capelli sempre riuniti in geometrie precise – vi vedo già sparsi ad accogliermi come un mare odoroso
andatura graziosa e incedere orgoglioso nella postura eretta – io immagino l’eccitante ritorno al quattrozampe animale
vorrei che il tuo pensiero più indicibile venisse ad alta voce declamato dall’altoparlante di una stazione come l’annuncio di un treno in arrivo o in partenza
vorrei che qualche cosa nel momento dell’abbandono al rapimento della frenesia mi ricordasse il tuo contegno dolce, misurato, musicale, della vita di tutti i giorni: un tuo abito, una tua espressione, un lampo negli occhi, un minimo dettaglio ancora intatto per quanto ormai isolato
e parimenti vorrei che, mentre ci troviamo in pubblico, io indovini da un tuo sguardo, o da un sorriso, qualche cosa che solo io posso sapere, che solo a me svelasti allora, quando eri persa”

quando ci incontreremo, so che non sarò più io,
avrò abbandonato me stesso,
sarò fuori – là dove sarai…

giorno n. IX (nigredo)

nessuna corrente magnetica tira i miei pensieri che ristagnano come acquitrino
e riluce il giorno in paesi che ignoro, mentre qui la notte si è fatta perenne,
senza magnificenza di aurore boreali…

e non penso e dunque non sono

nei recessi del mio corpo fermentano sordi i cattivi istinti: hanno fessure e
antri ciechi e pioggia all’eccesso per lussureggiare come piante in foreste tropicali
un’insana atmosfera come un ronzio cupo tutto ghermisce, ricamando trapunte di febbre
il nero corteggia il verde turgido della vegetazione cieca, divenendone linfa
colonne verghe di una cattedrale limacciosa
guardano in su
senza speranza di veder luce, tanto è fitta la cupola,
e creano l’abside vulva, dove il seme sparso abbondante germina lo spazio per l’assunzione pluviale
attraverso l’abbassamento infinito…
e radici s’infittiscono e annegano nella terra ogni segno chiaro e distinto,
marce radici – ebbre d’acqua,
soffocanti ramificate ripetizioni di ripetizioni…
e germogli immemori proliferano
sulla putrefazione precoce di ciò che nacque sempre rasente il suolo
demente abortito agonizzante fin dall’origine…

Cosa posso essere, se essere devo?
Ragno – segretamente laborioso –
che suscita ribrezzo solo a chi non si capacita
dell’inconcepibile osceno del creato –
intesso i fili delle voci che si avvitano nel mio cranio, come spifferi che gracchiano tra le orbite vuote del mio teschio,
come filamenti luccicanti di stelle che tramano nel buio
intesso, intesso, un invisibile ordito – buono solo per filtrare polvere, pare…
e affamato rimango privo di prede
intesso, intesso, ancora convinto del possibile miracolo –
ma per ora sto immoto inespressivo come una maschera di scena, abbandonata
dietro le quinte, risparmio i movimenti
guardandomi da fuori al rallentatore della noia
e sognando l’arsura silenziosa del deserto al meriggio,
la sua matematica precisione nel sottrarre liquidi e vitalità,
gioco a fare il morto
attendendo che una farfalla spensierata
nell’orrore del mio respiro intrappoli la sua gioia

e non penso e dunque non sono…

giorno n. X (putrefactio)

di ogni forma presagire la de-com-po-si-zio-ne
l’informe carezza al solvente, mai doma nel palese recesso
alla superficie cieca di una radura aperta e sommersa
e fitta ampia veduta murata
il segno del marcire fruttato, dolce come occhi gonfi
leccati dal mosto, fin nel rosseggiare dell’alba:
denti guasti nella bocca del mattino
moltitudine e deserto della mente
menzogna detta a fin di realtà
rabbocca il sogno – gusto di tappo:
sappiamo – fin dentro le ossa: fin nel midollo
fin nello sporco prezioso brillare – che tutto ciò che si dona
è in pura perdita…
“leva l’ombra – ti prego!”
geme la pupilla contratta dal sole penetrante
mentre dalla ferita nera del tramonto stuprato
germoglia il seme in falde terrose di gonna…

ma il cappotto – abitudine di un vecchio stepposo quasi inanimato –
giochi di polvere, polvere di giochi: chiasmo meccanico –
allo scheletro attaccapanni che lo ingobbisce
lasciato appeso durante l’estate
cocciuta memoria che sogna il marmo –
il cappotto è l’anima assente
di pietra vorrebbe la propria statua
e la dimora

ma ora la scia di infantile trionfo s’alza:
mi risveglio in lacrime ebbre di rugiada al
fendente del gallo:
lacera l’aria:
annuncia
la fine
di ogni
speranza
e l’eccitante agonia della
bellezza…

giorno n. XI (attesa)

«Chi credete di ingannare? In fondo voi sperate che qualche cosa venga sottratto all’oblio. Che l’azione appianatrice del tempo lasci svettare qualche prezioso ricordo. Voi sapete che tutto è destinato a finire e fingete di averne piena contezza. Vi compiacete addirittura nell’enumerare le cose periture. Ma tutto ciò è artefatto: è evidente che vi illudete, che il vostro cinismo è simulato, che dietro il paravento della lucidità si nasconde l’illusione di salvezza, che il vostro protestare e animarvi indignati contro ogni illusione è ipocrita. Altrimenti cosa fareste?! Avreste maggiore riguardo per ciò che si perde? Vivreste appieno? E’ evidente: voi volgete lo sguardo altrove e siete pronti al sacrificio pur di avere la certezza di un salvacondotto per l’al-di-là»

attendendo si vive
è vita l’attesa

probabilmente disattesa:
è attendere
ciò che per sempre non si saprà:

macchia cieca
luce dietro palpebre di morto

sciogli il nodo
accogli nel grembo le mie lacrime
io non è più
nemmeno un dio traduce in parola
il torto pesare del mondo
e il volo di libellula dello sguardo senza volto

mentre l’ala fa da àncora
alla rinascita in controluce
non giudicare ciò che rasente nasce –
il terreno meglio accarezza chi si piega senza umiltà,
chi sporca la grazia superba nel fango

bruco –
non potenza di farfalla
ma essere perfetto in sé
solo per chi ama l’opaco
divenire sempre lo stesso
del presente scevro di peso e di traino

(innocenza)

fumoso fermo-immagine come un racconto di guerra di nonno
cento pensieri foderati di nubi
come zucchero filato appiccicosi e lievi
inondavano cuscini
con gorgoglìo di risa e frescura –
bagnare il letto era un segreto amaro
come risvegliarsi colpevoli e
stare là in eterno rovello
se ancora in sogno si fosse
o se strappasse la rugosa realtà
necessaria tuttavia
una confessione

“tutto s’aggiusta” pensavi
e presto giunse l’irrimediabile come un ritornello
inopinato accadere e avanzare di ogni stagione

(esperienza)

divina impostura è ciò che si dà senza soluzione
all’ansia matematica di sapere:
si fa beffe del nostro affannarci
e piccoli restiamo di fronte al mistero:

il mai saputo che mai si saprà
è tutto ciò che c’è da sapere!

tragedia della nostra condizione:
si risolve in gioco di parole –
solo il balsamo del silenzio
è esatto nel non dire lo scandalo
della nostra dimora

fessura a cui avvicinare l’occhio
solo per essere inondati dall’erezione cieca
di luce in crepe di terra arsa
come pelle vista da vicino
istoriata …
ne aspiro l’odore
amo affogare ebbro
nell’abbandono a mondi
di nebulose di corpo

e dalle stelle
distoglier lo sguardo…

giorno n. XII (divorare)

all’inizio del mondo – in principio –
c’è un essere gigante solo bocca che divora tutto:
lo nomino provvisoriamente ed in modo approssimativo “Prima Bocca”, ma so che anche questo stesso nome verrà divorato, perché esso mangia tutto, anche i nomi propri
divora vorace i fiumi, le piante, tutte le specie di animali, le stelle, l’Uomo e la Donna, tutti gli uomini e tutte le donne, le nuvole, i pensieri, i sogni, la luce, l’aria, Tutto, tutto il creato e l’increato
una fame non potrebbe mai essere saziata e in fondo non lo sarà mai:
essendo l’universo infinito, ci sarà sempre qualche cosa da inghiottire
non ha denti per sminuzzare, per triturare, per ridurre tutto a poltiglia, non ha stomaco, non ha succhi gastrici, né enzimi per digerire, è solo bocca: deve inghiottire tutto
la sua fame è infinita
è una fame senza pungolo e acquolina e senza nausea presumo, tanto che, prima, va avanti per giorni e notti a inghiottire, inghiottire e inghiottire, giorni notti che diventano settimane, settimane che diventano mesi, mesi che diventano anni, anni che diventano millenni, millenni che diventano ere, ere che diventano eoni, e poi alla fine divora pure il Tempo
di ogni essere gli interessa unicamente la sua possibile ingestione, lo studia solo per poterlo incorporare dentro di sé, la bontà di un essere è data dalla sua ingeribilità: quella capra là, con facilità, aumentata dalla morbidezza del pelo, accarezzerà le papille gustative della sua lingua, solo gli zoccoli e le corna potranno dare problemi, quella pianta sarà croccante e tuttavia darà da fare perché piena di rami affilati; l’uomo invece come un dessert scivola liscio nel gargarozzo
la Prima Bocca è forse il primo motore immobile, come Dio? piuttosto primo motore sempre in movimento, direi!
Voi vi chiederete giustamente: ma dove va a finire tutto ciò che è stato fagocitato? Dove finisce tutto?
Per rispondere a questa arguta osservazione devo fare ammenda per una omissione e dire che il secondo nome della Prima Bocca è Ano Spirituale
la Prima Bocca emette feci, deiezioni della propria incessante azione di metabolizzazione, espelle tutto sotto forma di Spirito
è inconcepibile per noi pensare a questa unione tra un organo nobile ed un luogo ignobile, eppure in principio sono lo stesso: nello stesso identico momento in cui divora, in cui è Bocca, il primo motore defeca, è Ano
sembra impossibile unire ciò che per noi rappresenta l’orifizio più alto, da dove la Parola nasce come espressione pura e luminosa del profondo sentire, con quello più basso, tempio di eruzioni informi, di scarti, di ingloriose metafore e di piaceri inconfessabili e vergognosi!
la cosa ancor più strana è questa: il mondo è sempre lì dov’era da sempre, nonostante l’attività della Prima Bocca, sembra sempre uguale a prima, tuttavia è diventato Spirito
nulla sembra cambiato
i fiumi, le piante, tutte le specie di animali, le stelle, l’Uomo e la Donna, tutti gli uomini e tutte le donne, le nuvole, i pensieri, i sogni, la luce, l’aria, Tutto, tutto il creato e l’increato non si è mosso di un millimetro ed in apparenza non ha variato forma e materia e modo
ma per miracolo un manto invisibile lo ricopre:
il prodotto finale di tutta l’attività: lo Spirito
per cui le cose sono quelle che erano prima,
ma in più sono ricoperte dello sterco spirituale
mirabile ineffabile trasmutazione dello stesso nell’altro…

giorno n. XIII (fortuito destino)

– lezioni di positivismo –

E’ forse debolezza saper cantare?
e pensarsi unici?
e credere di calpestare la terra come un diritto
innato inalienabile?
e tenere nel pugno stretto il fazzoletto di tempo
a noi concesso, tastando il nodo
per un anniversario sepolto?
e mostrando i denti
sfidare la sorte
senza saper a chi inchinarsi
riconoscenti?

tutto è già stato detto
tutto già vissuto,
uno di noi non vale l’altro?
altri mille sosia
sapranno amare,
mentire e ridere e piangere come me, come te?

da sempre si ripete il fortuito destino
che tiene i fili
se c’è scampo, le illusioni gridano opache vendetta!,
se c’è speranza,
la cenere offusca gli occhi!
se c’è bellezza,
l’ingiustizia l’accompagna come sorella stringedole il grembo!

senza alzare il capo
periamo soli e confusi tra mille altri

abbiamo creduto a una nenia infantile:
come scavarsi la fossa in una scatola di biscotti
e inumarsi al suono del carrillon
ma in un vortice meccanico
la sgraziata ballerina ci invita
a prendere congedo dall’arrancante melodia che la muove
prima che silenzio soffochi le ultime note singhiozzanti
poiché non ha anima il suo cuore di metallo…

tu conoscevi il timbro nascosto
che poteva fare di me lo strumento perfetto,
e non solo uno scordato organetto

per caso ti ho incontrato
(o tutto era scritto?)
hai profferito le giuste parole
(perché credersi oracoli?)
astute manovre hai architettato (perché chiamarle arti magiche?)
alludendo a sogni gonfi di simboli (ma siamo sicuri che la veglia non suggerisca immagini che il sonno non concede?)
a vaghi segni (probabili tracce insignificanti che solo sotto il tuo occhio astuto si compongono?)
tutto un ordine, ordito intorno a me:
sapiente lavoro di ragno (o fata?)
un incanto che non inganna (o sì?) l’artefice
maligna coscienza che distanzia
(o innocente abitudine a mentire?)
per abbracciare senza ritegno,
tu, abituata a calcolare con godimento sadico,
– esperto meccanico di sentimenti –
ti ostini a fingere di aprire al mondo gli occhi
ogni giorno come se fosse il primo
con simulato sguardo di bambino

amavi creare intorno a te un alone oscuro per irretire gli stranieri e lasciarli sempre al confine con brama di essere ospitati – mentre la luce al neon stupra il tuo segreto che si mostra per com’è: oscena inflorescenza che segue il proprio cieco e millenario istinto (credevi forse che fosse unico e prezioso il tuo dono? non quel marcescente vezzo che neppure ti appartiene?)…

giorno n. XIV (un veggente)

“Che ne sapete voi del dono prezioso che mi ha investito? Cosa credete che sia quella vile abilità che a prezzo stracciato ho comprato al mercato? E’ una maledizione! Una maledizione che mi ha quasi sempre impedito di parlare e di dire, che mi ha fatto strappare da solo gli occhi dalle orbite, che dalla cantina più buia mi ha fatto anelare la luce, come un poppante il latte del seno materno. Non sapevate della mia cecità? Il mio accecamento nasce dal tentativo di seppellire nell’antro più buio della caverna il raggio abbagliante. Non sapevate che le mie visioni sono complicate trappole luminose che cercano di condurre in un pozzo?, che sono forgiate, dalla mia mano ruvida e terrosa, nella fucina dell’oblio? A me, condannato e infetto, a me! povero idiota, la bellezza bacia la fronte e ripassa in circolo con il dito della mano bianca, giocando con dolcezza, le nere orbite vuote! Voi non aspettatevi da me altro che disegni dell’impossibile che facciano gridare la solitudine e la disperazione!”…

giorno n. XV (il tiepido)

– ultimo tributo al Romanticismo –

nella venerazione dei grandi,
il tiepido ignora le leggi fisiche
del gusto e della vita:
per esempio
l’osmosi non funziona dal genio al filisteo –
del resto mai il “giusto” vorrebbe avvicinare la piena
e patir l’esondazione nei suoi campi arati…
meglio a tempo debito innalzare statue, lastricare
altari dorati per genuflessioni
e arcuare la schiena
ben vengano acclamazioni post mortem dell’empio, del reo
meglio tributare onori a distanza, quando
né calda né fredda pesa sullo stomaco dell’eterno
l’opera del trapassato.

Oh bell’oggetto che potete
incollare, misurare, con principio e fine, compimento –
la sua vita –
oh bell’oggetto già polveroso
s’indovina tra le dita il giallo delle pagine, il catalogo,
l’etichetta, la forma, il sunto, il levigato che s’alza dalla materia,
l’immacolato che solletica il palato,
l’imponderabile che non conosce fatica
biografia, si può sciorinare il “nacque…scrisse…vide…sposò…morì”,
oh bell’oggetto – la vita inscatolata!
il sempiterno valore
l’universale smunto e anemico
che in un motto si può riunire.
Che sollievo saperti così!
Oh bell’oggetto la tua opera
che darà da rosicchiare e ruminare per secoli
esegesi di esegesi di singoli tozzi del tuo troncone
scia di bava su bava per ragnatele intorno a te
confusione di nomi e segni, uno sciame di api
valorosi discepoli refrattari alla creazione
compitano le orme della tua via…
Oh begli oggetti le tue azioni già pronte
non più osare ripeterle dovete
la tua ombra – dolce riparo
i tuoi tormenti – un motivetto che commuove
durante la lunga digestione del dopopranzo,
i tuoi amori – un romanzo sentimentale…
Oh faro per barche già sonnecchianti nel porto!
Oh rigor mortis così ben rilegato da stare sullo scaffale!
Oh bell’oggetto che ama la compagnia dei topi…

Pensa, o tiepido – invece – al sudore, alle sue labbra spaccate
ai suoi occhi cupi rosi, alla puzza della sua carne,
al suo sorriso stanco e torto e sfuggente!
Meglio un po’ di nausea corretta, dopotutto, tu pensi
due compresse la sera per digerire
meglio l’acidità sovente ben sopportata
che vomitare incenso
per sacralizzare la propria vita,
meglio mangiare in bianco
che gustare i cibi innominabili e complicati
meglio un po’ di limonata
che bere veleno denso che brucia polmoni e cuore,
meglio il sonnellino che la veglia ispida della sua anima pazza,
una bonaccia serotina meglio che una mattinata d’ebbrezza,
pensa il tiepido…

giorno n. XVI (Eva)

i neri rami dell’albero della conoscenza, nello specchio celeste a zig-zag come fulmini, sono le vene dei polsi di Dio. Lei sa ora cosa rimpiangere: non poter più essere acqua nell’acqua in quell’immenso cielo in cui la sua pelle di pesce solleciterebbe un tatto morboso, non poter più essere aria nell’aria in quell’alba tenue, respirata attraverso il fresco delle nubi disperse, non poter più essere terra nella terra in quell’isola germogliante e cieca e soffocata, né più essere fuoco nel fuoco in quell’esplosione di carne e nel piacere della deiezione di sogni attraverso sfinteri incontrollabili. La falsa coscienza, trovata nel peccato, come un becco di aquila martorierà le carni. Scheletri agghindati avranno la presunzione di essere perfetti compagni per feste danzanti e dopolavoro agonistici. Ma Eva ci ha liberato dall’asservimento al perverso gioco di un dio-giudice, giogo per menti deboli, pane per prigionieri auto esiliati, per donarci il gusto nostalgico per infantili ebbre melodie e febbri…

giorno n. XVII (specchio)

PREAMBOLO

per chi è serio, gioco allo specchio | mi specchio nel gioco serio
che essere dovrebbe la poesia | poesia dovrebbe essere
ciò che scriverò? | Scriverò ciò che
l’imprecisa simmetria del verbo e degli equivoci nomi porterà con sé | se la simmetria imprecisa del verbo e dei nomi – equivoci porterà con
sé, altro non avrò fatto che poesia | altro da poesia avrò fatto se
applicare leggi vorrò. | Vorrò applicare te che leggi,
se godimento ti dona, al labirinto di questo mostro partorito dalle parole | mostro alle parole il godimento che il loro labirinto dona
quando si librano dal senso univoco. | Librano, invece, il senso univoco
e il bisogno di peso! | Peso il bisogno
di immaginazione, di sogni, di vita, e batto ricevuta in versi | tu versi l’immaginazione ricevuta nei sogni della tua vita, io batto
finalmente in ritirata e lascio la parola al riflesso dei segni.

SPECCHIO

amo la circonfusa luce | di luce circonfusa l’amo

in un porto ignoto di brace e respiro la cenere | porto la cenere della brace e il respiro ignoto

ma sempre vivo nel mondo desolato | mondo il vivo ma sempre dal desolato

tramonto di speranze messe alla porta | porta speranze alle messe del tramonto

il volto del cielo arrossito per una muta di sogni | sogni muta il cielo e arrossito in volto

io albergo presso il volo del tuo sguardo, vago riparo all’orizzonte | vago con lo sguardo all’orizzonte ma volo al riparo-albergo

dolce della tua cucina dove, ospite, consumo il tempo | il tempo ospite cucina un dolce che consumo

come dono della festa a sorpresa: la vita | dono la vita alla sorpresa della festa

di bagliori sospesi al presente, senza bisogno di trama | trama bagliori, al bisogno, il presente senza sospesi

e porta l’abbandono al corpo silente | abbandono il corpo attraverso la silente porta

all’aria muta dell’abisso di tutto ciò che è | e tutto ciò che muta l’abisso nell’aria

rarefatta delle cime è la vertigine della caduta resa identica all’ascesa | …

[ad libitum]

giorno n. XVIII (vanitas)

E’ buio pesto sulla scena, non si distingue nulla.

UNA VOCE: «Quanto tempo perso nell’affanno delle azioni volte ad assicurare l’eterno, nella speranza di raggiungere con ogni mezzo ciò che non è, né potrà mai essere; tra mille anni nessuno verrà ricordato, eppure ci accalchiamo a lanciare la nostra immagine, speriamo di poter al più presto calcinare la nostra impronta, di imprimerla in qualche suolo o mente, purché qualcuno ne sia soggiogato, affascinato, irretito, fatalmente conquistato; comico affanno della nostra condizione: ce ne basta uno solo, ma preferibilmente mille e ancora mille schiavi adoranti, plaudenti, sotto di noi».

IO: «Chi sei tu? A me basta sapere ciò che so, più oltre non voglio guardare; che sia sufficiente bastarsi? Cosa cercare d’altro? Coltivare il proprio orto è sufficiente? No, sempre avanti a me è la mia meta e son certo che saprò ottenerla»

LA VOCE (sempre dal buio pesto): «Che importa come mi chiamo? Ho nomi che non dicono ciò che sono e altri che dicono ciò che non sono. Sono lume consumato, rosa recisa, bottiglia vuota, bolla di sapone, teschio-fermacarte, natura morta. Sono tutto e nulla, nello stesso momento. Potrei parlarti di vite che ho vissuto come in un sogno, di altre piene di gesta ed eventi, di altre che sono raggrinzite senza maturare. La cenere mi riempie la bocca quando cerco di dire in modo chiaro ciò che vorrei dire. Perciò spesso il silenzio è il mio fedele compagno. E tu mi vuoi far parlare! “Niente” è ciò che ho da dire. Ho attraversato bocche aperte gaudenti, bocche serrate amare, bocche semichiuse in attesa, bocche oscene nel piacere e bocche cesellate finemente. Per traghettare dalla notte la verità che nessuno orecchio vuole sentire.
Che destino beffardo e frustrante! Sono messaggera sempre respinta, porto con me parole che nessuno vuole mai udire. Come uno spaventapasseri abbandonato nel campo d’inverno, ricoperto di neve, sono il semplice ricordo dei semi e dei germogli e delle messi da difendere, mi piego sotto il manto bianco dell’oblio».

IO: «Vorresti farmi intenerire? Tieni per te le tue parole piene di fiele! Quale saggezza vieni a portarci? Ci vuoi forse insegnare la pazienza e la rassegnazione, le virtù dei deboli?»

Una luce fioca ora illumina la scena. Quella che era solo una voce ora è una figura che parla, una donna senza vestiti, nuda. S’intravedono i suoi capelli lunghi, probabilmente biondi, il naso, i capezzoli, le mani, il contorno della gambe; tutto il resto è nell’ombra, una sagoma scura su un fondo bruno; gli occhi si intuiscono pur rimanendo annegati in due orbite di oscurità.

LA FIGURA CHE PARLA: «Lontano da me queste accuse! Io non predico la rinuncia, è per me esecrabile la vita orientata verso l’al-di-là che non conosco e che non c’è, il vivere “in attesa di”, l’ascesi. Se c’è qualcosa che vorrei insegnare e tramandare è la gioia di vivere, dire di sì alla vita: sì alla rugiada del mattino (perle preziose lasciate lì dalle stelle), sì al calore del primo raggio rasente che allunga le ombre come uno sbadiglio, sì al ricordo del primo sorriso della persona che amerai e che sarà compagna per tutta la vita, sì ai frutti maturi che crescono inattesi e dolci, sì a tutto, sì perfino alla cose che di solito tutti maledicono e rifiutano, infatti proprio la loro presenza ci rende più desiderabile il loro contrario: sì alla marcia serrata che fa anelare il riposo, sì alla fame e alla sete, sì alla veglia insistita, sì al mal di testa, sì alla guerra, sì all’odio, sì alla morte».

IO (un po’ turbato e dalla nudità della donna e dalle sue parole): «Mi devo ricredere: credevo volessi esaltare la rinuncia, il sacrificio, lo spirito di abnegazione e invece vieni qui a predicare di dire di sì alla vita. Eppure mi parli anche di ciò che in fondo è male, non è desiderabile! Non capisco più nulla!».

La luce ora è piena. La donna, molto bella, a proprio agio, sorridente, dal corpo tornito, dalla pelle lattea, con gli occhi azzurri, si mette a danzare, nonostante non si oda alcuna musica. Sembra che danzi il silenzio. Per un momento è assorta e sembra non curarsi più della presenza di altri. Poi scuotendosi, riprende a parlare.

LA DONNA (mentre danza): «Non capire più nulla è un inizio. Infatti, quando si pretende già di sapere, è impossibile procedere o intendere ciò che l’altro ha da dire. Non desiderabile è ciò che non esiste. Una lama antica (quanto la storia stessa dell’uomo) ha dolorosamente tagliato ciò che non si doveva dividere, ha inciso la carne delle creature separando ciò che è ritenuto bene e ciò che è ritenuto male. E allora l’uomo e la donna hanno considerato in loro potere il porre condizioni per la loro salvezza, hanno anche pensato di poter opporre un rifiuto a ciò che veniva donato. Che cosa meschina! Piccole formiche che rifiutano il piede che le schiaccia! Il “sì a condizione che” divenne la regola aurea. Io dico: non c’è affatto salvezza, tutto è vano. Questo è il presupposto per non porre condizioni, per amare fino alla fine, per amare a prescindere da sé, disperdendo quel poco di ragione che ancora si possedeva, dissipando ogni tesoro messo da parte. Accettare il dono, solo per donare. O voi che guardate sempre in alto, se volete amare, io vi ordino: distogliete lo sguardo dalle stelle!».

Il monito finale, espresso con veemenza, in contrasto con la leggiadrìa del movimento della donna, non fa altro che aumentare l’eccitazione dell’interlocutore, dilaniato dal contrasto tra il desiderio di abbracciare la donna e la sua verità inaudita, e la resistenza per il timore di tradire l’abitudine a non lasciarsi andare. Eppure quelle parole non lasciano indifferenti, per la prima volta vengono udite ed è come se ciò che indicano sia stato lì da sempre, velato. Incredibile che una cosa così chiara, evidente, alla luce del sole, sia sempre stata velata, nascosta da un manto che ora sembra non essere mai esistito. Allo stesso tempo, questa “cosa” sembra priva di senso, più buia della notte senza stelle. Nel momento in cui si vuole afferrarla sfugge, si ricopre del manto invisibile tanto che non sembra essere altro che illusione.

INTERLOCUTORE: «Posso comprendere ciò che desideri. Tu sei così bella e nel tuo sguardo c’è qualcosa d’indicibile… Posso…posso abbracciarti?».

L’interlocutore abbraccia la donna accarezzando tutto il suo corpo, avendo inteso il suo silenzio e il suo sguardo come un accondiscendere. Mentre viene presa dall’interlocutore, continua a parlare. La sua voce prima così ferma ora sembra incrinata, insieme dolce e vibrante.

LA DONNA: «Attento! Ciò che tu vedi è ciò credi di sapere, ma ancora non sai. La mia carne è così liscia e tesa solo perché prevede il raggrinzire della vecchiaia, i miei occhi così blu solo perché hanno contemplato l’accecante abisso nero, la mia bocca così fresca solo perché preconizza il fermentare della putrefazione. Bisogna amare tutto questo fino in fondo, lo ami?».

«Lo amo, voglio rimanere in questo istante di suprema verità che hai svelato, voglio stringerlo fra le mani, farne un ritratto una volta per tutte, cantarne la lode definitiva, così come nessuno finora ha fatto. Perché mi sembra di essere monco, cieco e muto di fronte a questa bellezza? Forse perché coincide con il suo contrario, l’orrore?».

«Tu sei muto, cieco e monco senza saperlo se vuoi fermare l’istante che fluisce per sempre. Viene e va, va e viene. Non pensare nemmeno, non darti pena di fermarlo di fissarlo, sarebbe inutile. Puoi viverlo appieno soltanto. Si può dire che è eterno anche se sparisce per sempre, ma questo è già dire troppo. E’ follia volerlo rappresentare e solo un folle può tentare di farlo; finisce per tradirlo e per riderne fino alle lacrime!».

Silenzio. Luce sempre più intensa sulla scena. La donna tra le braccia dell’interlocutore si abbandona come morta; ormai ogni ormeggio è tolto; la barca senza sestante percorre la rotta fortuita del vento del delirio…

giorno n. XIX (coda)

se dovessi paragonare a qualcosa la mia scrittura – i segni sparsi che io vergo su questi fogli consumati dal sole e dalla notte – l’avvicinerei a ciò si trova in punta alla colonna vertebrale dell’uomo, a quell’ultimo pezzo a punta, tecnicamente il coccige dell’osso sacro, quell’appendice ricordo della coda animale. Sappiamo che nell’animale la coda di solito ha differenti funzioni sia motorie che sensibili precise. Nell’uomo il moncone rimasto più nessuna, ecco allora che è solo un ricordo fossilizzato di una coda. Possiamo considerarla una scheggia di ricordo dell’animalità dell’uomo. Non l’unico ricordo e neanche il più appariscente o significativo a prima vista. Ma è proprio il suo celarsi a renderla ancora più interessante. Se fosse sotto gli occhi di tutti sparirebbe. Ora che è nascosta e solo il pensiero ci ricorda la sua discendenza, è più facile che la rivelazione della sua presenza ci lasci senza parole. Tutti i sentimenti alti e nobili, la nostra dignità, il nostro onore, la nostra umanità, il nostro coraggio, tutto ciò che ci fa commuovere ed innamorare, la poesia, l’arte, la letteratura, le grandi azioni, tutte queste cose devono tenere conto del fatto che siamo animali e che perciò abbiamo la coda, o almeno il ricordo di essa. Quest’associazione susciterà il riso in chi legge, si penserà ch’io voglia scherzare o quanto meno svilire ciò che “alto” avvicinandolo a ciò che è “basso”. Ma come? Lo spirito e lo strumento forse più perfezionato per esprimerlo – la scrittura – stretti fratelli del nostro istinto, dei nostri impulsi, della nostra animalità? È’ normale ridere: si ride perché d’improvviso crolla ogni argine costruito ad arte dal pensiero, perché si ha l’intuizione vertiginosa di ciò che si voleva scordare.
Certo, questo non è che un gioco! Non posso negarlo, ma non sono mai stato più serio. Voi vi dite: meglio scordare l’ascendenza, gli antenati non ci interessano, interessa ciò che l’uomo è ora, non da chi deriva, la sua scrittura meglio paragonarla ad altre parti del corpo, in zone più in alto, vicino alla testa o al petto, lontano da quelle paludi equivoche!
E invece insisto: la scrittura non è altro che la coda ormai inesistente dell’uomo, ricordo del suo essere animale. Mai dimenticare la genesi, il “da dove” di ogni cosa.
Strano, non ci pensiamo mai, ma quel moncherino senza funzione è la nostra coda. Sembra del tutto privo di rilevanza pensare alla propria coda, ma io dico che sarebbe bello averne una più lunga, il cui movimento sarebbe immediata espressione della personalità del padrone. Solo l’immaginazione ormai può farcela allungare. Non sarebbe meglio averne una in carne, pelle ed ossa? No, poiché io credo che sia proprio la sua assenza a farci scrivere, scrivere e scrivere per sopperire alla mancanza. Avessimo una coda vera e propria, forse ci basterebbe muoverla per comunicare qualcosa all’altro, all’amata ad esempio, pensate come sarebbe strano conquistarla con il movimento di coda senza dover sprecare parole o poesie, rime, allitterazioni, chiasmi! Voi protesterete che sono troppo semplice, che una coda in ossa, pelle e carne non potrebbe mai sostituire la complessità della nostra bella e nobile scrittura, che l’accostamento bislacco non reggerà mai ad una critica seria. Io controbatto che la scrittura è solo un mezzo impreciso e depotenziato che prolifera in assenza di meglio, che una coda vibrante – che sa sempre cosa fare, che va dritta allo scopo, che esprime emozione e movimento – saprebbe più e meglio comunicare ciò che è necessario comunicare. E tuttavia ormai, come detto, solo l’immaginazione ci può far allungare la coda e la sua assenza è ciò che sviluppa il surrogato: la scrittura. Ecco allora che ogni scrittore ha una sua particolare coda: c’è chi ha la coda di cane, e perciò scodinzola spesso e l’abbassa quando si sente colpevole, chi l’utilizza come un gatto per mantenere l’equilibro nella corsa e quando è nervoso la sbatacchia di qua e di là e la gonfia e la drizza quando vuol fare impressione all’interlocutore, oppure la utilizza come cuscino quando vuol riposare, c’è chi ha la coda setosa di vacca, che utilizza muovendo ritmicamente quasi senza motivo e senza espressione, la cui unica utilità sembra essere quella di allontanare le mosche. Chi ha la coda di pavone, chi di gallina, chi di fagiano, chi di topo, chi di lupo, chi di scoiattolo, chi di orso. Può darsi persino che si possa avere una coda di maiale. Adoro chi nella coda custodisce il veleno, come uno scorpione, e sa come chiudere un brano con sagace e pungente ironia, senza lasciare sospesi, chi conclude il discorso con una stoccata letale…

giorno n. XX (necessità e contingenza)

non si fa altro, non si è mai fatto altro, che insistere sulla libertà: libertà di agire, libertà di dire, libertà di amare, libertà di non fare, libertà di non dire, libertà di odiare, libertà di stare al gioco e poi di abbandonarlo, libertà di criticare, libertà di ribellarsi al giogo, nei casi più perversi anche libertà di sottomettersi, libertà di essere agiti. Ma chi si è mai posto il problema di giustificare questo che appare un desiderio? Di contro: non può darsi qualcuno che esalti il contrario, che voglia insistere sulla nostra costrizione, sull’assenza di libertà, sul meccanicismo? Il destino spesso è arrivato ad accarezzare e consolare l’uomo di fronte al dato di fatto difficile da accettare. La costrizione è sempre parsa negativa, invece, e in ultima analisi la predestinazione e la libertà sono sempre entrate in contrasto. C’è sempre stato il problema di comprendere: come conciliare la nostra libertà con altro. Con il volere di Dio. Con la Provvidenza. Con le leggi della natura. Con la Legge. Eccetera. Di certo, verrebbe additato dalla folla, diverrebbe oggetto di disprezzo, gli sputi lo ricoprirebbero, chi desiderasse oggi di non voler essere libero, chi esaltasse la condizione dell’assenza di libertà. Eppure come semplice esercizio proviamo a pensare ad un uomo nato in preciso giorno, perché allora doveva nascere, che sa già quali malattie lo aspettano, sa già quali gioie e quali dispiaceri lo accompagneranno, sa già quando e perché morirà, sa tutto questo e insieme sa che è irrimediabile. Ci potremmo domandare: se accadrà in modo necessario, come è possibile che non sia già? In un certo senso tutto ciò che noi sappiamo è già da sempre per l’eternità. Non potrebbe essere altrimenti. Se noi sappiamo già ciò che accadrà, nel senso che non potrà essere altrimenti, ciò che accadrà è sì possibile, nel senso che non è ancora successo, ma insieme è necessario, nel senso che accadrà senza la possibilità che non accada. Chi sapesse tutto come Dio, dunque, impazzirebbe a pensare a ciò che non è come ciò che, in fondo in fondo, è già. Tuttavia questa situazione sarebbe priva di ansia, di angoscia, di timore, di speranza. Tutto sarebbe, perciò, già da sempre per l’eternità. Insieme, tutto accadrebbe come nuovo, contingente. No, non è l’ignoranza delle cause che ci fa credere di essere liberi, mentre non lo siamo, ma sarebbe la conoscenza esatta di tutto ciò che è che ci permetterebbe di conciliare libertà e necessità. Tutto ciò che è dall’eternità accadrebbe senza necessità, libero, come un superfluo di più che nulla aggiunge a ciò che è già lì dato, necessario. Sarebbe una finzione? Se è già, come può accadere di nuovo? La soluzione è data da questa semplice affermazione: ciò che è dall’eternità diviene, non è ciò-che-è e insieme è ciò-che-è, ogni azione che compiamo, ogni più piccola cosa che ci riguarda, senza escludere nulla, quelle reputate basse, ridicole, inutili, è nuova e insieme ripetuta eternamente (era già lì prima che accadesse, in quel preciso luogo, da sempre, e noi in fondo lo sappiamo), perciò incredibilmente ineluttabile e fortuita, quasi come un miracolo…

giorno n. XXI (intimo)

quando non si hanno altri argomenti, quando si vuole cercare una fortezza inespugnabile, quando inermi vogliamo affermare per paradosso la nostra forza, quando in catene vogliamo pensarci liberi, quando schiavi vogliamo raffigurarci signori, ecco allora che ci rivolgiamo al tribunale di ultima istanza, tribunale che può assumere e che ha assunto diversi nomi, diverse nature, diverse facce, ma che alla fine tutti concordano nel localizzare dentro, nell’intimità. Anima, Coscienza, Sentimento, Ragione, Sensibilità, infiniti nomi sono stati dati a questo intimo. Non voglio dire che siano tutti la stessa cosa, ma il loro minimo comun denominatore è di essere dentro; se anche in passato si è decretato che in un luogo individuato e specifico doveva trovarsi l’intimo, tanto che avremmo potuto toccarlo, nel cuore nel cervello ad esempio, presto si è compreso che esso sfugge sempre alla localizzazione definitiva, poiché non coincide con un organo particolare del corpo. L’intimo ha la paradossale natura di essere in luogo e insieme di non essere lì. E ne sospettiamo il motivo: il senso ultimo della sua topica atopia è di sottrarsi a questa terra. Non vorrei, tuttavia, qui urtare le sensibilità dell’animale evoluto Uomo e l’alta opininione che questi ha di sé, perciò procedo con cautela; spesso nobili veli nascondono sordide villose protuberanze e marcescenze, deiezioni mal sopportate e vergognose, levarli senza delicatezza potrebbe farci sembrare bruti. Ho provato anche io a cercare, a frugarmi dentro, come tutti convinto di trovare chissà quali ricchezze. Quanti ho sentito dire: lì sta la verità, cercala! Lì sta l’amore, cercalo! Lì stanno la bellezza, la giustizia, la forza, la dignità, la ragione, la coscienza o la sua voce e chissà quante altre cose… E allora per un po’ mi avete convinto, anche io mi sono rintanato in me stesso, anche io mi sono sentito prezioso e unico in virtù del mio ineffabile “dentro”, anche io ho voluto costruire una torre d’avorio dove ascoltare solo il suono della mia voce, anche io ho pensato alla perdita del mio dentro come a una perdita terribile, anche io ho voluto abbracciarmi per diventare impermeabile e saggio, anche io ho pensato che la scrittura dovesse essere il liquore distillato dal rimuginare del dentro, anche io pensato che fosse un mio diritto assoluto perdermi nel labirinto del dentro e non lasciarvi entrare alcuno; l’intimo ha la capacità alchemica di tramutare una cosa nell’altra: oh quanta perfezione ho creduto di trovare nell’imperfezione!, quanta saggezza nella stupidità!, quanta umiltà nell’egocentrismo!, quanta bellezza nei calli dei miei piedi! E poi mi è stato insegnato che il mondo, tutto l’universo, doveva trovarsi proprio lì dentro. Infatti, mi dicevano: prova a guardare una pianta, prova a tuffarti in un fiume, prova a lavorare per ore e ore, sei sempre tu che guardi, sempre tu che usi il tuo corpo come strumento, sempre tu che decidi o meno di fare o non fare, tu non puoi mai sparire, il tuo “io” ti accompagna sempre, rimane sempre accanto ad ogni oggetto, ad ogni emozione, ad ogni pensiero.
Convinto da tali ragionamenti, ho pensato dunque che fosse necessario basare ogni certezza sull’intimo che è bastante a sé e non ha bisogno di altro. Che cosa straordinaria dovevano ancora udire le mie orecchie! In quell’intimo si troverebbe addirittura Dio! Dio parla a tu per tu con l’intimo, con la tua coscienza, ti sussurra all’orecchio, Dio pensa sempre a te in virtù del tuo dentro! Nel tuo dentro ci sarebbe un passaggio, una porta, per Dio, lì ci sarebbe una luce particolare che viene da Dio. Dopo tutte queste mirabolanti qualità chi di voi non cederebbe e non si lascerebbe convincere?
Eppure rieccomi qui con un pugno di mosche, ho cercato in quel dentro e non vi ho trovato nulla, nulla se non un vento fortissimo che conduce fuori. Non starò qui a raccontarvi come ad una ad una siano cadute tutte le verità, come sotto il disinteresse si nasconda l’interesse, come sotto il nobile si nasconda l’ignobile; dico solo che è salutare, sano, da benedire, tutto ciò che contraddice con asprezza la melassa del dentro, dell’intimo, che ha fatto cariare tutti i denti al sapere millenario dell’Uomo. Ben venga la benedizione di ciò che finora era stato sempre maledetto! Ben venga la ferocia che mostra all’animale evoluto Uomo il suo stato di infermità e minorità e la nostalgia giusta per ciò che ha preceduto la sua presunta evoluzione!
Occorre ora svelare ciò che si è tentato sempre di nascondere: il vero senso dell’intimo, del dentro, vale a dire il senso volgare; l’intimo designerà in senso proprio e vero solo le parti considerate basse, lì sta la verità dell’intimo, non nel cuore o nel cervello, ma nel pene, nell’ano, nella vagina! Vagina ano e pene saranno l’espressione propria dell’intimo, come ogni parodia intuisce, come ogni carnevale sa, e insieme saranno il veicolo per condurre fuori. E in fondo tali sono sempre stati. Provate a leggere tutte le esortazioni a cercare dentro di sé come inviti all’autoerotismo, provate a pensare a ogni discorso sull’anima come semplice espressione di desiderio represso di frenesia amorosa, provate a ridurre ogni pensiero ai dati biologici e fisici del soggetto; vi verrà da ridere o da sorridere, ma avrete anche la percezione di quanta menzogna avete dovuto sopportare finora. È ora che il Fuori faccia valere tutti i suoi diritti: lì nel fuori l’individuo sarà solo per essere moltiplicato e disperso nell’universo, le cose si muteranno gioiosamente una nell’altra senza badare alla logica bolsa dell’Uomo e al suo bisogno di identità: il “divenire altro” sarà un modo semplice per esprimere il coito universale delle cose, essere altro da sé diventerà segno di eccitante annientamento di ogni stare in sé e così, solo così, s’invererà l’anelito all’intimità che da sempre ha caratterizzato la nostra storia…

giorno n. XXII (labirinto)

…nelle geometrie di perdizione del labirinto l’angoscia e la sospensione donano un’ebbrezza rara che i più consigliano di fuggire. Non sappiamo cosa ci conduca a vagare nel labirinto: forse il fatto che lì il raggio di luce, chiuso nella notte, penetri con la forza e l’accecante oscenità del fallo in erezione. Il buio gode nell’essere violato e nel mostrare nella penombra le sue parti più basse e nascoste, nel farne dono come del suo più prezioso gioiello, come l’unica via, per quanto maledetta, verso il cielo e l’assoluto. Anche l’orrore, anche le più arcaiche pulsioni, hanno uno splendore inconfessabile che ci mette in contatto con il fondo di tutte le cose. Ci inginocchiamo davanti all’assoluto: non possiamo far altro che gemere e pregare – non possiamo spiegarcelo, siamo presi, rapiti, in un fuoco che illumina e insieme rende ciechi. Dobbiamo disperare di conoscere alla luce del sole una verità che ama gli anfratti, che ama la trasgressione alle regole della normale sintassi, l’abbandono al delirio, alla frenesia inspiegabile e incontrollata del gioco delle parole e delle idee, del tutto simile al rincorrersi pazzo ed infantile degli amanti…

giorno n. XXIII (ebbrezza)

vediamo ergersi davanti a noi tutte le cose che ci circondano, pensando di sapere esattamente cosa siano; o meglio: se anche non sappiamo nulla di esse, abbiamo almeno una certezza incrollabile su di loro: che esse sono sé stesse. Quella pianta, quel tratto di strada, quel passante, forse li conosciamo vagamente, forse non ne sappiamo nulla, forse non ne conosciamo il nome specifico, ma solo quello generico, tuttavia siamo tranquilli quando riusciamo ad identificarli, a poter dire almeno che sono sé stessi e non altro da sé. Questa certezza, che è in fondo ciò che distingue il sogno dalla veglia, è quella che fa sì che al mattino scendendo dal letto sappiamo di poggiare il piede sul parquet e non su un tappeto di vermi brulicanti e viscidi, di poterci alzare ritti in piedi e non di precipitare in un baratro senza fondo…
Ma se invece fosse importante esaltare la visione sfocata, la visione ebbra, se vedere doppio fosse la vera essenza della visione? Ogni cosa sarebbe sé stessa e altra da sé pur rimanendo sé stessa… Ecco sì, l’ebbrezza come percezione della superficie che non nasconde profondità, ma che crea increspature, dove sotto e sopra non contano più, dove si confondono alto e basso, dove la chiarezza sfuma in una ineffabile confusione rilevatrice del brodo primordiale del linguaggio fatto di corpi schiumosi e di bave millenarie prive di vergogna e di misericordia, dove addormentarsi nel sogno sarà svegliarsi in veglie di allegra disperazione, dove i fondali di cartapesta del mondo saranno la scena ideale per un recita improvvisata, dove sarà facile fare del greto di un fiume il proprio letto, dove i compagni complici saranno attanagliati da una solitudine formidabile, dove il cinismo e la frenesia saranno la medicina per ogni timore, dove ogni vagito sarà preso per saggezza, dove non conterà più il confine dell’epidermide tra i corpi per poter dire mio e tuo, ma tutto sarà in comune per un piacere cristallino che lascia un retrogusto di morte…
Ciò che veramente conta è l’ombra che striscia dietro le cose, la notte in pieno giorno che solo l’eclissi può raffigurare con esattezza. A lungo attenderemo il momento in cui si uniranno il sole e la luna per assistere increduli al miracolo di poter contemplare nel nero della pupilla del cielo: pura luce che renderà ciechi…

giorno n. XXIV (sul desiderio)
scherzo leggero sulla filosofia riflettendo sul desiderio

[del quale i veri filosofi – tra cui annovero me stesso (in quanto altro da me) – non se ne avranno a male, ma rideranno nel riconoscersi]

da quando filosofare è diventato un gioco sulle parole, molti confondono poeti e filosofi, molti poeti s’improvvisano filosofi e molti filosofi poeti, con esiti dubbi e vari; non che la filosofia senza gioco sulle parole abbia maggior valore: il periodare meccanico, disadorno, grigio, ripetitivo e alle volte salmodiante, unito alla faccia contrita da prete e alla posa di chi sembra soffrire in modo cronico di gastrite, non garantisce la serietà del discorso. Nemmeno l’erudizione sembra essere la base sicura per fondare la verità di ciò che si sta dicendo. Neppure la logica più stringente. Nemmeno le prove dei fatti. Nemmeno una pubblicazione all’anno, che non leggerà nessuno, a parte l’autore. E allora siate magnanimi: perché non lasciare che chi vuole puerilmente giocare giochi? Che chi guarda ai concetti come alle strenne natalizie possa esprimere il proprio godimento nell’assemblare costruzioni illogiche e colorate destinate a crollare subito? Che chi sa quanto sia caduca la pretesa di verità dell’uomo possa baloccarsi innalzando una giocosa verità che smentisca sé stessa crollando il giorno dopo o la notte dello stesso giorno? Chi può negare che alle volte una verità valida di giorno possa essere contraddetta la notte? Lo sanno bene gli amanti…
Preferiamo senz’altro questi leggeri e vaghi passatempi allo spirito di serietà che come un tarlo rosicchia la mente dei più intrepidi giovani!
Dunque procediamo per cèlia. Anche se giunti in fondo al discorso vi chiederete se veramente si è giocato o si è detta la verità.
Voglio riflettere sul desiderio: tutti sanno che cos’è. O almeno tutti credono di sapere cos’è: ecco il punto. Il filosofo nasce là dove il buon senso muore, là dove il sapere comune, ciò che tutti credono di sapere, diventa sfondo neutro per il sorgere di bizzarre nuove visioni. Sebbene nel corso della storia millenaria ci sia stato anche chi ha esaltato il buon senso, anche la persona più onesta, che pretende di dire ciò che pensa, senza fronzoli, e di dire ciò che tutti sanno, di fronte al filosofo diventa un poveraccio. Epoché, dunque. Anzi, ἐποχή [è indispensabile per apparire un vero filosofo usare termini o frasi in greco o in tedesco e preferibilmente non tradotti e senza alcuna nota a margine che permetta di sapere cosa quella parola magica evochi o quella frase significhi. In fondo anche la filosofia è un gergo: più incomprensibile è, meglio è; gli eletti si riconosceranno tra di loro; per i profani ci sarà bisogno di divulgatori, di intermediari, di pontefici, di veri intepreti. Ci si potrà divertire per anni, si potranno spendere libri, centinaia di pagine, per dire che alcuni termini sono intraducibili in un’altra lingua].
Per capire che cos’è il desiderio è necessario [ma sappiamo bene quanto poco necessaria sia la necessità di un pensiero filosofico] andare alla radice, all’etimologia della parola stessa. [Apprezzate l’oziosità del filosofo: non è necessario studiare psicologia, leggere Freud, Jung, Reich, Lacan, studiare biologia, antropologia, fare esperimenti sul campo, ma è sufficiente avere alla mano un dizionario etimologico e aprire alla pagina giusta; oggi neanche più questo sforzo: è sufficiente digitare il termine su un motore di ricerca. Pardon, browser]
Desiderare deriva dal latino [peccato non dal greco! Il latino è la lingua dei giuristi, dei cavillatori, non dei serafici filosofi!] de-siderare; per alcuni significa, in analogia con il termine considerare, letteralmente fissare attentamente le stelle, lat. Sidera, per altri, all’opposto, pensando al prefisso de come privativo, come allontanamento, de-siderare deve essere inteso come togliere lo sguardo dalle stelle per difetto di auguri.
Nell’etimo della parola è già contenuto il significato ultimo del desiderio e dunque si danno due accezioni opposte tutte vere e sullo stesso piano. [Troppo semplice considerarne una relativa all’autentico desiderio e l’altra a quello inautentico: il vero filosofo si riconosce quando tutto ciò che appare contradditorio viene tenuto insieme e i problemi vengono approfonditi e le soluzioni più semplici vengono subito scartate]
Prima accezione. Desiderare nel senso di fissare le stelle. In fondo un desiderio tira l’altro e via dicendo, perenne è l’insoddisfazione, tanto che la mira ultima del desiderante è proprio raggiungere l’irraggiungibile, l’ideale del desiderio è l’orizzonte: l’obiettivo è sempre posto oltre rispetto a ciò che ci sta davanti, è all’orizzonte, e man mano che ci si avvicina esso si allontana. Il desiderio è dunque un tendere ed è anche il pungolo che non ci lascia mai in placida contemplazione. [Fin dall’antichità il filosofo è sempre stato un po’ moralista e soprattutto sobrio. Ecco allora che di fronte ad ogni cosa smodata, come il desiderio, considererà giusto il naturale castigo inflitto a chi eccede. Proverà gusto nel narrare le sfortunate sorti di chi ha osato: il fatto che siano andate male lo ripaga della sua mancanza di coraggio e del fatto che il filosofare coincida spesso con il reprimere il desiderio, con il lambire il baccanale, accarezzarlo con il pensiero, solo per ricacciarlo a parole]
Seconda. Desiderare nel senso di distogliere lo sguardo dalle stelle. Da interpretarsi non solo nel senso che il desiderio si rivolge spesso verso ciò che sembra contrastare con il luogo in cui albergano le stelle, il cielo, dove si trovano le idee e gli angeli, cioè si rivolge verso il basso, verso la materia, verso i corpi, verso le zone vergognose, ma anche nel senso che proprio nel movimento di distoglimento da ciò che è alto, celeste, si alimenta il desiderio.
Come questa unione tra alto e basso, tra anelito alle stelle e sprofondamento negli abissi di notti senza stelle, si possa conciliare è un Mistero [messo alle strette, non potendo spiegarsi, il filosofo pretenderà atti di fede e si metterà a usare le maiuscole come arma per mettere in soggezione ogni eventuale critico che avanza richieste di chiarezza. La maiuscola è il divieto di accesso a qualsiasi critica o istanza di ulteriore ricerca. La maiuscola è un punto fermo, il segno tangilibile che per il filosofo esistono cose sacre: i suoi concetti inspiegabili, intraducibili, indeducibili, assoluti].
E se voi credete che con questo io abbia scherzato soltanto, ribadisco con tutta la serietà del mondo che su questa concezione del desiderio come de-siderare, anelito al cielo e insieme verso il basso, si fonda l’essenza stessa dell’uomo e la possibilità di qualsiasi discorso profondo sul senso della sua esistenza…

giorno n. XXV (ordito)

il ragno avanza verso il centro della sua tela, il suo prodigio. Un insieme perfetto se ci si pensa, un apparato di cattura: presente e allo stesso tempo assente, linee invisibili che irretiscono d’improvviso, come un pensiero mai pensato che s’installa ingombrante nella nostra mente, diventando ossessione, luogo di caccia e di attesa, di meccanico movimento che coinvolge però la volontà. Il ragno sa a cosa penserà la sua preda: con un misto di stupore e paura si dibatterà cercando di capire perché le sue ali si muovono a stento e come ha potuto essere intrappolata. L’orrore è palpabile in certi momenti e ci si chiede sgomenti chi possa averlo suscitato. L’invisibile cattura il visibile e lo intrappola per cibarsene, ne succhia il midollo. Chi non sa vedere le tele e le trame che ordiscono il suo destino vive tranquillo finché non ha il sentore che la realtà è una pura finzione, infima parte, semplice barlume, finché non rimane intrappolato e si rode il fegato dalla disperazione, finché non capisce che la luce che illumina il suo mondo è solo il riverbero di un riverbero…

giorno n. XXVI (foglio bianco)

bianco, senza alcun segno
il foglio dell’anima che nasce con noi
per poco si conserva candido
e piano –
subito zeppo di cancellature
e margini superati e macchie
e storti caratteri, e sbavature
e grafia nervosa,
s’ingiallisce per poi assurgere
con commovente superbia a eternità

qualche lontano discendente troverà queste righe
per caso o apposta, non so
scrivo solo per lui

(ricordo ancora le lettere tonde
che a scuola da piccolo compitavo
non indovinando ancora che quelli
erano i primi segni, privilegiati
panciuti – goffi – anch’essi con il grembiulino blu –
cerimoniosi e belli –
incerti e insieme perfetti
novelli primi passi nella scrittura)

ogni tratto, anche il più piccolo, s’ispessisce
recita la parte di ciò che dura
ogni segno è piega

è piaga

o supplica al cielo –

come uno spalancarsi delle labbra
in riso sguaiato
o in pianto
umido di perle,
le mani contratte e le cosce aperte –

l’amore panico del creato
insieme al sapore salato delle lacrime

fa andare a fondo la barca:
l’iniziale candore
di ciò che nasce per poi dover morire
non permette il galleggiamento –
solo il naufragio è il desiderato compimento
del viaggio

si salpa nascendo alla meraviglia
e si approda serbando il mistero
senza nulla aver saputo,
unica nostra consolazione è
aver riempito quel bianco foglio
per posteri che ignoriamo,
uomini come me come te in ogni tempo,
spauriti e folli per il medesimo
millenario smarrimento

giorno n. XVII (il pozzo)

è così semplice per l’uomo dividere, separare, così naturale tagliare e allontanare le parti, smembrare, tanto che non riesce più a tenere insieme ciò che era unito; ha un vago ricordo, una specie di languido sentore di ciò che era stato, ma la memoria vacilla, spesso rinnega tutto. Non solo il moralista, ma in generale chi voglia fondare una morale o un pensiero morale, si trova con un pezzo dell’uomo, un brandello di carne, un lacerto, e pretende allo stesso tempo ipocritamente di parlare per il tutto e per tutti; generalizza e universalizza. Scambia la parte per l’intero, dimenticandosi che ciò che esclude faceva parte di lui. È senz’altro idealista, si commuove e fa commuovere gli altri spesso, strapperà lacrime e sorrisi alle anime belle, indignazione per le malefatte dei cattivi, ma noi sappiamo che mente; in primo luogo a sé e poi spaccia le sue parole come un farmaco per ogni male.
Impostore! Ipocrita!
Mente e sa di mentire e la rendita della sua posizione di comodo, il bottino delle sue rapine alla buona fede, spazza il flebile rimorso che pur in cuor suo deve nutrire; con l’avanzare dell’età il mentitore, il fondatore di morale, poi, ottunde affatto la propria coscienza e non sa più discernere tra ciò che è vero e ciò che è falso, preferisce ripetere ciò che sa, s’inorgoglisce per i suoi possedimenti intellettuali, che funzionano a meraviglia, è circondato da diritti acquisiti, siede fiero sul suo trono fabbricato di buone intenzioni, di ammonimenti prezzolati, di paternali travestite da ragionamento, di prediche camuffate da antropologia.
Idiota!
Contro questo tipo perfetto di impostore, che s’annida di certo in ciascuno di noi, dobbiamo usare la ferocia che sempre contraddistingue chi ha l’ingrato compito rimettere le cose al loro posto, dobbiamo essere spietati a ogni costo.
Davanti ad ogni esaltazione, tipica del moralista, della bellezza fisica in legame con la bellezza morale (il luogo comune ormai diventato luogo commerciale, e perciò luogo degradato, della bellezza fisica specchio di bellezza morale), affermiamo, come un controcanto, che è sempre necessario affiancare la bruttezza e la laidezza, che senza il sordido e lo sporco la bellezza non può stare. Che anzi la bellezza nasce solo per essere sporcata, per brillare come un perla nel fango.
A ogni esaltazione della purezza parimenti occorrerebbe affiancare un canto del pattume, dello zozzo; ad ogni sviolinata sull’anima, un inno agli organi genitali; ad ogni preghiera, una bestemmia; ad ogni pensiero, una deiezione; ad ogni sentimento nobile, uno gretto; ad ogni buona azione, una azione crudele o un crimine; ad ogni canzone d’amore uno stornello da bettola; ad ogni superficie levigata e verniciata di fresco, la ruggine che consuma.
Chi ha l’onestà per fare tutto ciò? Non si tratta affatto di sposare il cattivo partito, la parte peggiore dell’uomo, ma di rappresentare l’interiorità e l’esteriorità dell’uomo nella sua integrità, nella sua interezza. L’uomo intero. In una parola, ripeto: onestà. Pochi saranno all’altezza, pochi sapranno confessare, pubblicamente certificare, ciò che di brutto, basso, malsano, puzzolente, perverso, vergognoso, hanno in sé. E ancora meno sapranno vedere in tutto ciò un dono altrettanto prezioso e alto rispetto al resto.
Ad esempio, non per umiltà o amore di scienza un dotto dovrebbe confessare la propria ignoranza, ma per constatare un fatto: letture interrotte, concetti mal digeriti, pensieri stupidi che percorrono la sua mente come una voliera, ecco ciò che costituisce anche il suo sapere. Con ciò rimane un dotto, ma deve avere l’onestà di dirsi stupido. Non per elevarsi un uomo casto dovrebbe confessare i propri pensieri impuri, ma per portare a galla ciò che è naturale in ciascuno di noi: il desiderio senza freni che si concretizza in pensieri inconfessabili, la bestialità rimontante.
È troppo grande l’urgenza di rendersi presentabili, di mondarsi, di raffigurare il “dover essere” come “essere”, come fatto, che si preferisce ricacciare giù in un pozzo coperto tutto ciò che di vergognoso vuole salire. Solo ogni tanto ci si compiace di scoperchiare, di gettare un secchio in profondità; accade quando ci denudiamo, quando l’osceno trionfa, e quando l’ebbrezza ci getta inermi giù dai piedistalli che ci confezioniamo come abiti eleganti.
Ci si stupisce allora che dalla profondità di quel pozzo esca acqua fresca e purissima, ci si stupisce allora di quanto candore le viscere della terra possano custodire, di quanta vita possa germogliare, di come la luna si rispecchi volentieri in quell’acqua tremula e misteriosa che battezza tutto ciò che di sacro esiste…

giorno n. XXVIII (la mosca)

zzzzz….sbattere la testa contro l’invisibile, come una mosca, zzzzz volteggiare alla finestra cozzando sempre violentemente occhi, antenne, ali, zampe… vedere la vita trascorre come una piana giornata primaverile, vedere le nubi passare e disegnare strane figure, arabeschi nel cielo, vedere i bambini giocare nel giardino, le ragazze accaldate e rosse in viso, i capelli raccolti, il loro collo candido esposto, la violenza dell’azzurro del cielo e essere lì immobile, un fremito senza espressione in quella stanza buia, un oscuro grumo, una macchia nera appostata, una bestia da preda sempre destinata al digiuno, attendere, attendere, e non poter mai abbandonare l’aria stantìa carica di polvere, di sporco, di cattivi pensieri… e poi passato il limite, il punto di non ritorno, intravisto un improbabile spiraglio, una via d’uscita immaginaria, cozzare, cozzare, cozzare, cozz-zzzz-zzzzare la testa contro quell’invisibile diaframma che separa dalla vita vissuta, sbattere la testa fino all’incoscienza, fino all’annientamento… zzzz zzzz zzzz…

giorno n. XXIX (Adamo)
avevo in me valli ubertose
e ridda di anime in festa
quando la tua carezza ricamava in viso
il tramonto di un giorno di pace
che s’aggiungeva senza fretta ai passati.
Non sapevo di altri mondi
e l’animale tuo soffio colmava
ogni possibile cielo.

Che bisogno c’è di crescere, di sapere
di cercare? E di discernere il bene dal male?
Meglio l’esistenza del bruto
e il fiuto per le ombre
e lappare senza vergogna la bellezza
nel volto rispecchiato
di lei che è me.

Che tutto fosse guastato indovinai
al primo sguardo di quel Dio
che fece cagliare il latte,
saette di cieche pupille
dai suoi occhi e rotti giocattoli
da stipare nel baule

e dover spennare i ricordi
per la vana ricerca del proprio posto
in stanze ingombre troppo
o troppo vuote

mai, dico
mai
potei immaginare allora che tu abiti nel

sempre

(in eterno mancante
e mancato
eternamente)

giorno n. XXX (cane-lupo)

sogno di un cane

mi accontento di ringhiare domande
e non mollare la presa, ma per gioco.
I tuoi comandi? la mia Legge
a cuccia fiuto l’osso
del mio futuro
e corro a più non posso
da e verso quella mano che bastona e sfama

ma sognai un giorno di avi
non più con occhi vigili per il gregge
e placidi nella ferocia ignara del tempo
leccarsi con fierezza il pelo
senza cura di casa o focolare,
reggitori soli di tane
e vidi i loro gialli denti affilati
come sbarre di cancelli al confine di piaceri
rudi e vividi e innocenti
seppi dell’odore del sangue
e della fame che rende bruti
e scheletrici di bellezza e di morte

davanti a loro
ero nudo e vergognoso,
sempre steso all’uscio delle porte
al margine del tepore che volevo abitare
Io, che al sapere della terra preferivo il cielo,
annusavo impudico le parti basse di Dio
per strappare una carezza
caritatevole e falsa
per una dolce schiavitù
di guaiti in feste zuccherate
nel presente degli avanzi dell’umano…

giorno n. XXXI (poeta, mio malgrado)
impiccato al silenzio
ti sei fatto poeta
tuo malgrado,
dover cantare i fiori, i tramonti, lo struggimento,
l’andare a capo prima del margine del foglio, odiavi,
a nulla di già paragonato il tuo amore
volevi avvicinare,
eppure le parole s’impiastricciavano
nel dolce del sentimento,

spregiavi la carezza del vento,
odiavi osannare la bellezza,
desideravi immaginare l’orrore come
comoda salvezza,
al calcolo avresti sacrificato
avventure e ricami,
al numero il sogno,
al segno chiaro e univoco la rima
e ti sono nati versi vaghi
salmodianti, arrugginiti
e garruli ritornelli.

E ti commuovi adesso come un vecchio
che ha smarrito il bandolo e sopravvive
ora che il tempo scivola in dispendio
e meraviglia. Non pensa
se è saggio
a ciò che ha avuto, ma spreca
gli ultimi anni, mesi, giorni
sgravato dagli artigli del quotidiano
immerso nella pace dell’attesa
noncurante
dell’ultimo soffio
che può venire di maggio
quando la fioritura stormisce
con chiasso e ferocia.

Ma lui sa che tutto si ripete
dopo il primo vagito
anche l’accidia e l’angoscia
la sofferenza sorda anche e la gioia inattesa
a nulla vale la saggezza, nessun distacco è ammesso
e lui sa che ogni affanno è vano
come pure ogni ammonimento
tanto tutto si ripete lo stesso…

E allora mi sia concesso essere poeta,
mio malgrado,
e di scrivere parole vaghe
per sfuggire al mutismo di quella vita
che non concede bis o ripasso…

giorno n. XXXII (l’idea)

cosa distingue il cincischiatore, il rosicchiatore, il discepolo sempre prono in adorazione, il chiosatore, il saccheggiatore compulsivo dei testi altrui, il grigiotopo studioso ossequiante, occhialuto, il gobbo titillatore di ogni passione che sia stata già ridotta a carta, il cavillatore, il prosaico prosatore che come un dentista cava le parole dalla bocca altrui per farle proprie – dal creatore, dal Genio?
L’idea.
Non le idee, non i pensieri, non lo stile, non l’intelligenza, non la profondità, non le azioni, ma l’idea. Il vero creatore ha un’idea alla quale potrebbe sacrificare tutto, un’idea “sua”, nel senso che la tiene sempre presso di sé, la sente lì sempre presente, un’dea che sa che gli sopravviverà, che sarà ancora lì, che gli preesisteva, che forse non aspettava lui per venire al mondo, che può fare a meno di lui, e che tuttavia sarà lui soltanto ad esprimere; eccola lì, seducente e insieme abbagliante, da conquistare e da cui si è già conquistati, eccola lì, mai espressa nel modo adeguato, sua ossessione, suo rovello, sua unica gioia. Il creatore ha un’idea? Solo una, chiederete? Troppo poco, secondo voi? Sì solo una ed è già più che sufficiente, poiché in essa si racchiude tutto: infinite sono le sue manifestazioni e declinazioni; il creatore per costituzione è fautore del monismo più radicale possibile: deve ridurre a uno tutto l’universo e tutta la storia. Ha un’idea che esprime in una parola, in una formula. Esprimerla è una questione di vita e di morte, il resto può essere lasciato all’approssimazione. Lui stesso si dice a volte: troppo semplice! E tuttavia continua a ripeterla, a sognarla, a sentirla persino battere i battiti del suo cuore; in fondo non vuole portarla in piena luce, gli sembrerebbe di tradirla, crede, a buon ragione, che non tutto di essa potrà essere svelato e che forse l’essenziale non verrà a galla. Ma il solo averla sfiorata gli conferisce l’aura che lo rende salvo.
Al contrario, chi non ha un’idea, passione che lo muove dal primo vagito fino alla tomba, s’arrabatta dietro alle idee altrui, cerca di mondarle portandole a chiarezza, a volte artificiosamente aggiunge alla sottile brezza della creazione il lezzo del proprio fiato corto, a volte si accontenta di dire di non aver nulla da aggiungere e perciò ripete a più non posso gli altri, a volte ha la superbia di formica nel pretendere di comprendere il genio meglio che il genio stesso, a volte crede di essere intelligente dimostrando più memoria degli altri, infarcendo il suo discorso il più possibile di citazioni, riccorrendo spesso e volentieri all’autorità di altri; ha possedimenti che si perdono a vista d’occhio, che si espandono in superficie, ma nulla di tutto ciò è suo e mai potrà averlo con sé; ha l’abilità della scimmia nel simulare la passione o lo stile di chi ammira o di chi ha avuto successo; ha l’eloquenza giusta per tenere insieme idee che bisticciano l’una con l’altra come galli in un pollaio, ma non ha l’idea fissa del genio, del creatore.
Spregio al bolso studioso e lode al genio, dunque?
No. Tutt’e due le figure sono necessarie, come per un rivoluzionario sono necessari molti conservatori, così per un genio sono necessari molti filistei, e di sicuro nello stesso individuo s’intrecciano le due figure come voci della sua personalità; alla fine tutto sta nel capire a quale voce egli presti maggiormente orecchio…

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