Il diario di Hermes – giorno n. XXXIII

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[Roberte et Gulliver, 1971, Pierre Klossowski]

giorno n. XXXIII (osceno)

la O ripetuta due volte nella parola o-scen-o è la lettera dell’alfabeto che dà massima espressione al senso ultimo del de-siderare, O come uno sbadiglio, O come una bocca spalancata, gemente, durante l’amplesso – bocca che può ripeterla ossessivamente (oooooooo) – O come una voragine che vorrebbe inghiottire tutto, O come il culmine di un vulcano pronto ad eruttare: improvvisa scivolosa apertura su un abisso animale, su un fondo insieme angoscioso e orrido e eccitante che la bocca chiusa, serrata, o semiaperta, sorridente, vorrebbe celare, e su suoni gutturali che la bocca abituata a discorsi o utili o forbiti, che la bocca veicolo del Logos, vorrebbe mettere a tacere come preistoria dell’uomo…
Da sempre siamo attanagliati dalla necessità di penetrare nel mistero del desiderio e in particolare di ciò che desideriamo quando amiamo; desideriamo forse possedere? Essere posseduti? Desideriamo essere desiderati? Amiamo dunque solo per essere amati? Non può darsi amore senza interesse? Sono queste, senza ombra di dubbio, componenti dell’amore e del desiderio, ma l’essenza del desiderare (sempre un de-siderare nel doppio senso letterale, che bisogna assumere appieno, di fissare le stelle e distoglierne lo sguardo) sta nel sapere che ogni cosa non si riduce mai a sé stessa, ma è sempre carica d’Altro. È proprio l’ineliminabile Altro ciò che costituisce la stoffa del desiderio e insieme lo rende affatto misterioso ad ogni tentativo di pensiero razionale.
L’Altro non è una persona, ma tutto ciò che veste e abita un altro individuo, uomo o donna. Abita, veste la persona e la incornicia anche come il paesaggio che la circonda, ma diventa palpabile nella sua massima intensità (ed è così fonte di piacere) solo nell’assenza, quando non c’è, quando manca.
Quando l’uomo o la donna si denudano, si tolgono semplicemente gli abiti? Che cos’è la nudità se non il contrario dell’essere rivestiti dell’alone dell’Altro? Nel desiderio non vi è nulla di naturale. C’è, è vero, una base fisica, ma non la sapremmo ricondurre a ciò che proviamo e sentiamo, ci sono dati biologici che si possono studiare dall’esterno. Quando però vogliamo comprendere da dentro ciò che il desiderio è, allora possiamo dire che è un artificio culturale: ciò che è nudo non è dunque il semplice, il naturale, il candido, ma c’è sempre un alone di osceno in ogni nudità, in differenti gradi. Nel denudarsi c’è un degradamento, un abbassarsi, uno scendere. Certo, la nudità è anche bellezza, semplicità, pudore, delicatezza. Ma bisogna ammettere che queste non possono mai dimenticare il loro fondo: l’osceno. Ed ecco che proprio nel momento in cui pensiamo di toccare, di penetrare il mistero (la copula fisica e la copula del verbo essere sono sempre un tentativo di sintesi e di unione stretta, di penetrazione che vorrebbe l’impossibile fusione), quando pensiamo di essere uniti con l’altro che desideriamo, scopriamo allora che l’altro è affatto Altro e che l’osceno è ciò che non appare e insieme è presente nell’assenza: è fuori scena è insieme tutto ciò che è sulla scena.
Per rendere sensibile il concetto si può immaginare la luce bianca del neon, essa genera una illuminazione cruda, senza ombre; così è l’effetto del desiderio, ci mette davanti un corpo, un oggetto e ci intima di possederlo come tale. Non una persona, non una donna che amiamo, ma un oggetto da manipolare, buchi da riempire, bellezza da sporcare. Insieme sappiamo che l’essenza del desiderio non è solo questo, che c’è anche altro, che l’ombra rimane: quell’Altro che noi siamo lo abbiamo levato con gli abiti, ma è proprio nel momento della sua assenza che si rivela nel modo più struggente, nella sua presenza più eccitante. La donna che viene posseduta, non si riduce a un corpo-oggetto, è altro: è il suo ruolo sociale, la sua onestà, il suo pudore, la sua intelligenza, la sua caparbietà, i suoi modi delicati e gentili, il suo sorriso discreto, ecc. Ecco ciò che la rende desiderabile: che nel momento dell’offrirsi, dell’abbandono, noi sappiamo che è insieme sia oggetto offerto al nostro piacere sia soggetto libero e responsabile, che si dona a noi levandosi di dosso l’Altro che la ricopriva, che ci omaggia della sua nudità come assenza dell’Altro.
Come si vede, si tratta sempre di maschere e abiti da indossare e togliere al momento opportuno e della consapevolezza soprattutto che, una volta levati, permangono sulla scena come sfondo indispensabile alla nudità e all’assenza. Nel de-siderare contano sia la presenza che lo sfondo (il ricordo dell’Altro) da cui questa s’innalza…

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7 comments

    1. Grazie Giuseppe per la tua lettura e per l’apprezzamento.
      Certamente l’influenza del pensiero di Bataille si fa sentire in queste mie considerazioni, è ben rintracciabile nel mio immaginario anche quando il riferimento non è esplicito. Il che mi fa piacere, data la grande passione che ho, come sai, per questo autore.
      Un caro saluto
      Daniele

  1. “L’altro non è una persona, ma tutto ciò che veste e abita un altro individuo, uomo o donna. Abita, veste la persona e la incornicia anche come il paesaggio che la circonda, ma diventa palpabile nella sua massima intensità (ed è così fonte di piacere) solo nell’assenza.”

    L’altro da me è quindi un rivestimento?
    mi è capitato di scrivere bene mentre lo sentivo …

    dove c’è contraddizione c’è anche l’essenza di un concetto, e da questa tua analisi deduco che è interessante cercare di scoprire questo velo che si insinua senza però addomesticarlo
    mantenere le distanze, però, non facilita la conoscenza, l’intimità…facilita solo congetture.

    ciao Daniele, bentornata la tua scrittura e la tua arte!:-)

    1. Grazie Carla per essere tornata a leggermi e per le tue riflessioni. Spero che la mia ripresa nella scrittura e nella pittura non sia effimera, ma che duri, per me creare è vivere.

      C’è da dire l’Altro è anche possessione o meglio qualche cosa che sottrae alle cose e alle persone il loro stare in sé, le possiede e le mette per così dire “fuori di sé”. Il fatto che un altro individuo non si riduca ad essere ciò che è e nel momento in cui si denuda si offre in un certo modo, ecco ciò che suscita desiderio. Questo velo non può essere tolto: proprio nel momento della nudità risalta ancora di più. L’intimo è ciò che vi è di più ignoto e insieme ciò che crea comunicazione tra due persone. In una formula: l’intimo è il fuori (l’esatto opposto).

      A presto, un abbraccio

      1. Ciao Michele, grazie per la tua visita e buon inizio di anno.
        Molto bella la foto che hai riportato delle due persone di fronte al quadro di Balthus. Un disequilibrio dato dal fatto che la donna di destra non contempla l’opera a differenza del vicino/a, ma guarda il suo compagno. Perturbante insieme.
        A presto

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