Il diario di Hermes – giorno n. XXVII

Pozzo_alchemico

giorno n. XVII (il pozzo)

è così semplice per l’uomo dividere, separare, così naturale tagliare e allontanare le parti, smembrare, tanto che non riesce più a tenere insieme ciò che era unito; ha un vago ricordo, una specie di languido sentore di ciò che era stato, ma la memoria vacilla, spesso rinnega tutto. Non solo il moralista, ma in generale chi voglia fondare una morale o un pensiero morale, si trova con un pezzo dell’uomo, un brandello di carne, un lacerto, e pretende allo stesso tempo ipocritamente di parlare per il tutto e per tutti; generalizza e universalizza. Scambia la parte per l’intero, dimenticandosi che ciò che esclude faceva parte di lui. È senz’altro idealista, si commuove e fa commuovere gli altri spesso, strapperà lacrime e sorrisi alle anime belle, indignazione per le malefatte dei cattivi, ma noi sappiamo che mente; in primo luogo a sé e poi spaccia le sue parole come un farmaco per ogni male.
Impostore! Ipocrita!
Mente e sa di mentire e la rendita della sua posizione di comodo, il bottino delle sue rapine alla buona fede, spazza il flebile rimorso che pur in cuor suo deve nutrire; con l’avanzare dell’età il mentitore, il fondatore di morale, poi, ottunde affatto la propria coscienza e non sa più discernere tra ciò che è vero e ciò che è falso, preferisce ripetere ciò che sa, s’inorgoglisce per i suoi possedimenti intellettuali, che funzionano a meraviglia, è circondato da diritti acquisiti, siede fiero sul suo trono fabbricato di buone intenzioni, di ammonimenti prezzolati, di paternali travestite da ragionamento, di prediche camuffate da antropologia.
Idiota!
Contro questo tipo perfetto di impostore, che s’annida di certo in ciascuno di noi, dobbiamo usare la ferocia che sempre contraddistingue chi ha l’ingrato compito rimettere le cose al loro posto, dobbiamo essere spietati a ogni costo.
Davanti ad ogni esaltazione, tipica del moralista, della bellezza fisica in legame con la bellezza morale (il luogo comune ormai diventato luogo commerciale, e perciò luogo degradato, della bellezza fisica specchio di bellezza morale), affermiamo, come un controcanto, che è sempre necessario affiancare la bruttezza e la laidezza, che senza il sordido e lo sporco la bellezza non può stare. Che anzi la bellezza nasce solo per essere sporcata, per brillare come un perla nel fango.
A ogni esaltazione della purezza parimenti occorrerebbe affiancare un canto del pattume, dello zozzo; ad ogni sviolinata sull’anima, un inno agli organi genitali; ad ogni preghiera, una bestemmia; ad ogni pensiero, una deiezione; ad ogni sentimento nobile, uno gretto; ad ogni buona azione, una azione crudele o un crimine; ad ogni canzone d’amore uno stornello da bettola; ad ogni superficie levigata e verniciata di fresco, la ruggine che consuma.
Chi ha l’onestà per fare tutto ciò? Non si tratta affatto di sposare il cattivo partito, la parte peggiore dell’uomo, ma di rappresentare l’interiorità e l’esteriorità dell’uomo nella sua integrità, nella sua interezza. L’uomo intero. In una parola, ripeto: onestà. Pochi saranno all’altezza, pochi sapranno confessare, pubblicamente certificare, ciò che di brutto, basso, malsano, puzzolente, perverso, vergognoso, hanno in sé. E ancora meno sapranno vedere in tutto ciò un dono altrettanto prezioso e alto rispetto al resto.
Ad esempio, non per umiltà o amore di scienza un dotto dovrebbe confessare la propria ignoranza, ma per constatare un fatto: letture interrotte, concetti mal digeriti, pensieri stupidi che percorrono la sua mente come una voliera, ecco ciò che costituisce anche il suo sapere. Con ciò rimane un dotto, ma deve avere l’onestà di dirsi stupido. Non per elevarsi un uomo casto dovrebbe confessare i propri pensieri impuri, ma per portare a galla ciò che è naturale in ciascuno di noi: il desiderio senza freni che si concretizza in pensieri inconfessabili, la bestialità rimontante.
È troppo grande l’urgenza di rendersi presentabili, di mondarsi, di raffigurare il “dover essere” come “essere”, come fatto, che si preferisce ricacciare giù in un pozzo coperto tutto ciò che di vergognoso vuole salire. Solo ogni tanto ci si compiace di scoperchiare, di gettare un secchio in profondità; accade quando ci denudiamo, quando l’osceno trionfa, e quando l’ebbrezza ci getta inermi giù dai piedistalli che ci confezioniamo come abiti eleganti.
Ci si stupisce allora che dalla profondità di quel pozzo esca acqua fresca e purissima, ci si stupisce allora di quanto candore le viscere della terra possano custodire, di quanta vita possa germogliare, di come la luna si rispecchi volentieri in quell’acqua tremula e misteriosa che battezza tutto ciò che di sacro esiste…

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