Il diario di Hermes – giorno n. XXIV

Il filosofo e il poeta 1915

[Il filosofo e il poeta, 1915 De Chirico]

giorno n. XXIV (sul desiderio)

scherzo leggero sulla filosofia riflettendo sul desiderio 

[del quale i veri filosofi – tra cui annovero me stesso (in quanto altro da me) – non se ne avranno a male, ma rideranno nel riconoscersi]

da quando filosofare è diventato un gioco sulle parole, molti confondono poeti e filosofi, molti poeti s’improvvisano filosofi e molti filosofi poeti, con esiti dubbi e vari; non che la filosofia senza gioco sulle parole abbia maggior valore: il periodare meccanico, disadorno, grigio, ripetitivo e alle volte salmodiante, unito alla faccia contrita da prete e alla posa di chi sembra soffrire in modo cronico di gastrite, non garantisce la serietà del discorso. Nemmeno l’erudizione sembra essere la base sicura per fondare la verità di ciò che si sta dicendo. Neppure la logica più stringente. Nemmeno le prove dei fatti. Nemmeno una pubblicazione all’anno, che non leggerà nessuno, a parte l’autore. E allora siate magnamini: perché non lasciare che chi vuole puerilmente giocare giochi? Che chi guarda ai concetti come alle strenne natalizie possa esprimere il proprio godimento nell’assemblare costruzioni illogiche e colorate destinate a crollare subito? Che chi sa quanto sia caduca la pretesa di verità dell’uomo possa baloccarsi innalzando una giocosa verità che smentisca sé stessa crollando il giorno dopo o la notte dello stesso giorno? Chi può negare che alle volte una verità valida di giorno possa essere contraddetta la notte? Lo sanno bene gli amanti…
Preferiamo senz’altro questi leggeri e vaghi passatempi allo spirito di serietà che come un tarlo rosicchia la mente dei più intrepidi giovani!
Dunque procediamo per cèlia. Anche se giunti in fondo al discorso vi chiederete se veramente si è giocato o si è detta la verità.
Voglio riflettere sul desiderio: tutti sanno che cos’è. O almeno tutti credono di sapere cos’è: ecco il punto. Il filosofo nasce là dove il buon senso muore, là dove il sapere comune, ciò che tutti credono di sapere, diventa sfondo neutro per il sorgere di bizzarre nuove visioni. Sebbene nel corso della storia millenaria ci sia stato anche chi ha esaltato il buon senso, anche la persona più onesta, che pretende di dire ciò che pensa, senza fronzoli, e di dire ciò che tutti sanno, di fronte al filosofo diventa un poveraccio. Epoché, dunque. Anzi, ἐποχή [è indispensabile per apparire un vero filosofo usare termini o frasi in greco o in tedesco e preferibilmente non tradotti e senza alcuna nota a margine che permetta di sapere cosa quella parola magica evochi o quella frase significhi. In fondo anche la filosofia è un gergo: più incomprensibile è, meglio è; gli eletti si riconosceranno tra di loro; per i profani ci sarà bisogno di divulgatori, di intermediari, di pontefici, di veri intepreti. Ci si potrà divertire per anni, si potranno spendere libri, centinaia di pagine, per dire che alcuni termini sono intraducibili in un’altra lingua].
Per capire che cos’è il desiderio è necessario [ma sappiamo bene quanto poco necessaria sia la necessità di un pensiero filosofico] andare alla radice, all’etimologia della parola stessa. [Apprezzate l’oziosità del filosofo: non è necessario studiare psicologia, leggere Freud, Jung, Reich, Lacan, studiare biologia, antropologia, fare esperimenti sul campo, ma è sufficiente avere alla mano un dizionario etimologico e aprire alla pagina giusta; oggi neanche più questo sforzo: è sufficiente digitare il termine su un motore di ricerca. Pardon, browser]
Desiderare deriva dal latino [peccato non dal greco! Il latino è la lingua dei giuristi, dei cavillatori, non dei serafici filosofi!] de-siderare; per alcuni significa, in analogia con il termine considerare, letteralmente fissare attentamente le stelle, lat. Sidera, per altri, all’opposto, pensando al prefisso de come privativo, come allontanamento, de-siderare deve essere inteso come togliere lo sguardo dalle stelle per difetto di auguri.
Nell’etimo della parola è già contenuto il significato ultimo del desiderio e dunque si danno due accezioni opposte tutte vere e sullo stesso piano. [Troppo semplice considerarne una relativa all’autentico desiderio e l’altra a quello inautentico: il vero filosofo si riconosce quando tutto ciò che appare contradditorio viene tenuto insieme e i problemi vengono approfonditi e le soluzioni più semplici vengono subito scartate]
Prima accezione. Desiderare nel senso di fissare le stelle. In fondo un desiderio tira l’altro e via dicendo, perenne è l’insoddisfazione, tanto che la mira ultima del desiderante è proprio raggiungere l’irraggiungibile, l’ideale del desiderio è l’orizzonte: l’obiettivo è sempre posto oltre rispetto a ciò che ci sta davanti, è all’orizzonte, e man mano che ci si avvicina esso si allontana. Il desiderio è dunque un tendere ed è anche il pungolo che non ci lascia mai in placida contemplazione. [Fin dall’antichità il filosofo è sempre stato un po’ moralista e soprattutto sobrio. Ecco allora che di fronte ad ogni cosa smodata, come il desiderio, considererà giusto il naturale castigo inflitto a chi eccede. Proverà gusto nel narrare le sfortunate sorti di chi ha osato: il fatto che siano andate male lo ripaga della sua mancanza di coraggio e del fatto che il filosofare coincida spesso con il reprimere il desiderio, con il lambire il baccanale, accarezzarlo con il pensiero, solo per ricacciarlo a parole]
Seconda. Desiderare nel senso di distogliere lo sguardo dalle stelle. Da interpretarsi non solo nel senso che il desiderio si rivolge spesso verso ciò che sembra contrastare con il luogo in cui albergano le stelle, il cielo, dove si trovano le idee e gli angeli, cioè si rivolge verso il basso, verso la materia, verso i corpi, verso le zone vergognose, ma anche nel senso che proprio nel movimento di distoglimento da ciò che è alto, celeste, si alimenta il desiderio.
Come questa unione tra alto e basso, tra anelito alle stelle e sprofondamento negli abissi di notti senza stelle, si possa conciliare è un Mistero [messo alle strette, non potendo spiegarsi, il filosofo pretenderà atti di fede e si metterà a usare le maiuscole come arma per mettere in soggezione ogni eventuale critico che avanza richieste di chiarezza. La maiuscola è il divieto di accesso a qualsiasi critica o istanza di ulteriore ricerca. La maiuscola è un punto fermo, il segno tangilibile che per il filosofo esistono cose sacre: i suoi concetti inspiegabili, intraducibili, indeducibili, assoluti].
E se voi credete che con questo io abbia scherzato soltanto, ribadisco con tutta la serietà del mondo che su questa concezione del desiderio come de-siderare, anelito al cielo e insieme verso il basso, si fonda l’essenza stessa dell’uomo e la possibilità di qualsiasi discorso profondo sul senso della sua esistenza…

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6 comments

  1. Elegante rivela senza peso solidi strumenti del mestiere di chi seppe studiare in idoneo orizzonte portando seco i riferimenti che contano saputi usare a condivisione a chi è agevole la stessa linearità. Qui direi la parte convincente sembra (come spesso in molti autori dopo il novecento) la parte “meta” (autodefinizioni del tipo e valore di discorso di chi è appunto un autore e perché e come e a chi a cosa, con evidente giusto essere disillusi). La conclusione invece è spunto (non si spinge per intanto fino a proseguire in eccesso, lascia lì il momento, dà da pensare, e che ciò basti; dà lancio, spazio; e qualcosa sicuramente delinea).

    1. Grazie per la lettura attenta e per aver saputo cogliere così bene le suggestioni che con questo scherzo ho voluto evocare. Sicuramente la riflessione si presta bene alla parte “meta”: in fondo la differenza costitutiva del soggetto, che riflettendo su di sé è altro da sé, è a fondamento dell’ironia. La filosofia che è pensiero sul pensiero si presta bene al gioco che ho voluto giocare. Ma la bellezza di questa scrittura ludica è che incarna (nei momenti felici, più riusciti) la verità del soggetto stesso.
      Certamente la conclusione è spunto da approfondire. In un certo senso è già presente come tema in modo sotterrano in tutti i giorni del diario. E non potrebbe essere altrimenti, perché in fondo ai miei occhi è l’unica verità da dipanare.
      Un caro saluto
      Daniele

  2. io credo che esista una forma più semplice di filosofia, quella che guida l’uomo a scoprire un significato solo con l’aiuto dell’istinto.
    in fondo la radice di ogni parola è facilmente riconducibile al suo senso, al significato che si appropria del suo nome.
    ricorrere alle enciclopedie può essere irresistibile nel caso di alcune parole veramente difficili, come ad esempio: escatologia o aposiopesi, casi in cui è quasi obbligatorio conoscerne bene l’etimologia…
    altrimenti, la filosofia può essere considerata il più bel gioco del mondo.

    ciao Daniele, buona serata 🙂

    1. Ciao Carla grazie per la tua lettura e per il tuo pensiero. Più che istinto a mio avviso si potrebbe parlare per certi aspetti della filosofia di intuizione. C’è da dire però che per giungere al punto di origine del pensiero spesso è necessario mettere tra parentesi ogni atteggiamento naturale e che alla fine il pensiero spesso è l’istinto più debole.
      Buona serata a te
      Daniele

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