Mese: novembre 2014

Il diario di Hermes – giorno n. XXVIII

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[Fotogramma dal film “The fly” diretto da David Cronenberg, 1986]

giorno n. XXVIII (la mosca)

zzzzz….sbattere la testa contro l’invisibile, come una mosca, zzzzz volteggiare alla finestra cozzando sempre violentemente occhi, antenne, ali, zampe… vedere la vita trascorre come una piana giornata primaverile, vedere le nubi passare e disegnare strane figure, arabeschi nel cielo, vedere i bambini giocare nel giardino, le ragazze accaldate e rosse in viso, i capelli raccolti, il loro collo candido esposto, la violenza dell’azzurro del cielo e essere lì immobile, un fremito senza espressione in quella stanza buia, un oscuro grumo, una macchia nera appostata, una bestia da preda sempre destinata al digiuno, attendere, attendere, e non poter mai abbandonare l’aria stantìa carica di polvere, di sporco, di cattivi pensieri… e poi passato il limite, il punto di non ritorno, intravisto un improbabile spiraglio, una via d’uscita immaginaria, cozzare, cozzare, cozzare, cozz-zzzz-zzzzare la testa contro quell’invisibile diaframma che separa dalla vita vissuta, sbattere la testa fino all’incoscienza, fino all’annientamento… zzzz zzzz zzzz…

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Il diario di Hermes – giorno n. XXVII

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giorno n. XVII (il pozzo)

è così semplice per l’uomo dividere, separare, così naturale tagliare e allontanare le parti, smembrare, tanto che non riesce più a tenere insieme ciò che era unito; ha un vago ricordo, una specie di languido sentore di ciò che era stato, ma la memoria vacilla, spesso rinnega tutto. Non solo il moralista, ma in generale chi voglia fondare una morale o un pensiero morale, si trova con un pezzo dell’uomo, un brandello di carne, un lacerto, e pretende allo stesso tempo ipocritamente di parlare per il tutto e per tutti; generalizza e universalizza. Scambia la parte per l’intero, dimenticandosi che ciò che esclude faceva parte di lui. È senz’altro idealista, si commuove e fa commuovere gli altri spesso, strapperà lacrime e sorrisi alle anime belle, indignazione per le malefatte dei cattivi, ma noi sappiamo che mente; in primo luogo a sé e poi spaccia le sue parole come un farmaco per ogni male.
Impostore! Ipocrita!
Mente e sa di mentire e la rendita della sua posizione di comodo, il bottino delle sue rapine alla buona fede, spazza il flebile rimorso che pur in cuor suo deve nutrire; con l’avanzare dell’età il mentitore, il fondatore di morale, poi, ottunde affatto la propria coscienza e non sa più discernere tra ciò che è vero e ciò che è falso, preferisce ripetere ciò che sa, s’inorgoglisce per i suoi possedimenti intellettuali, che funzionano a meraviglia, è circondato da diritti acquisiti, siede fiero sul suo trono fabbricato di buone intenzioni, di ammonimenti prezzolati, di paternali travestite da ragionamento, di prediche camuffate da antropologia.
Idiota!
Contro questo tipo perfetto di impostore, che s’annida di certo in ciascuno di noi, dobbiamo usare la ferocia che sempre contraddistingue chi ha l’ingrato compito rimettere le cose al loro posto, dobbiamo essere spietati a ogni costo.
Davanti ad ogni esaltazione, tipica del moralista, della bellezza fisica in legame con la bellezza morale (il luogo comune ormai diventato luogo commerciale, e perciò luogo degradato, della bellezza fisica specchio di bellezza morale), affermiamo, come un controcanto, che è sempre necessario affiancare la bruttezza e la laidezza, che senza il sordido e lo sporco la bellezza non può stare. Che anzi la bellezza nasce solo per essere sporcata, per brillare come un perla nel fango.
A ogni esaltazione della purezza parimenti occorrerebbe affiancare un canto del pattume, dello zozzo; ad ogni sviolinata sull’anima, un inno agli organi genitali; ad ogni preghiera, una bestemmia; ad ogni pensiero, una deiezione; ad ogni sentimento nobile, uno gretto; ad ogni buona azione, una azione crudele o un crimine; ad ogni canzone d’amore uno stornello da bettola; ad ogni superficie levigata e verniciata di fresco, la ruggine che consuma.
Chi ha l’onestà per fare tutto ciò? Non si tratta affatto di sposare il cattivo partito, la parte peggiore dell’uomo, ma di rappresentare l’interiorità e l’esteriorità dell’uomo nella sua integrità, nella sua interezza. L’uomo intero. In una parola, ripeto: onestà. Pochi saranno all’altezza, pochi sapranno confessare, pubblicamente certificare, ciò che di brutto, basso, malsano, puzzolente, perverso, vergognoso, hanno in sé. E ancora meno sapranno vedere in tutto ciò un dono altrettanto prezioso e alto rispetto al resto.
Ad esempio, non per umiltà o amore di scienza un dotto dovrebbe confessare la propria ignoranza, ma per constatare un fatto: letture interrotte, concetti mal digeriti, pensieri stupidi che percorrono la sua mente come una voliera, ecco ciò che costituisce anche il suo sapere. Con ciò rimane un dotto, ma deve avere l’onestà di dirsi stupido. Non per elevarsi un uomo casto dovrebbe confessare i propri pensieri impuri, ma per portare a galla ciò che è naturale in ciascuno di noi: il desiderio senza freni che si concretizza in pensieri inconfessabili, la bestialità rimontante.
È troppo grande l’urgenza di rendersi presentabili, di mondarsi, di raffigurare il “dover essere” come “essere”, come fatto, che si preferisce ricacciare giù in un pozzo coperto tutto ciò che di vergognoso vuole salire. Solo ogni tanto ci si compiace di scoperchiare, di gettare un secchio in profondità; accade quando ci denudiamo, quando l’osceno trionfa, e quando l’ebbrezza ci getta inermi giù dai piedistalli che ci confezioniamo come abiti eleganti.
Ci si stupisce allora che dalla profondità di quel pozzo esca acqua fresca e purissima, ci si stupisce allora di quanto candore le viscere della terra possano custodire, di quanta vita possa germogliare, di come la luna si rispecchi volentieri in quell’acqua tremula e misteriosa che battezza tutto ciò che di sacro esiste…

Il diario di Hermes – giorno n. XXVI

Turner The Shipwreck 1805

[Turner, The Shipwreck, 1805]

giorno n. XXVI (foglio bianco)

bianco, senza alcun segno
il foglio dell’anima che nasce con noi
per poco si conserva candido
e piano –
subito zeppo di cancellature
e margini superati e macchie
e storti caratteri, e sbavature
e grafia nervosa,
s’ingiallisce per poi assurgere
con commovente superbia a eternità

qualche lontano discendente troverà queste righe
per caso o apposta, non so
scrivo solo per lui

(ricordo ancora le lettere tonde
che a scuola da piccolo compitavo
non indovinando ancora che quelli
erano i primi segni, privilegiati
panciuti – goffi – anch’essi con il grembiulino blu –
cerimoniosi e belli –
incerti e insieme perfetti
novelli primi passi nella scrittura)

ogni tratto, anche il più piccolo, s’ispessisce
recita la parte di ciò che dura
ogni segno è piega

è piaga

o supplica al cielo –

come uno spalancarsi delle labbra
in riso sguaiato
o in pianto
umido di perle,
le mani contratte e le cosce aperte –

l’amore panico del creato
insieme al sapore salato delle lacrime

fa andare a fondo la barca:
l’iniziale candore
di ciò che nasce per poi dover morire
non permette il galleggiamento –
solo il naufragio è il desiderato compimento
del viaggio

si salpa nascendo alla meraviglia
e si approda serbando il mistero
senza nulla aver saputo,
unica nostra consolazione è
aver riempito quel bianco foglio
per posteri che ignoriamo,
uomini come me come te in ogni tempo,
spauriti e folli per il medesimo
millenario smarrimento

La rotta di Ulisse

la rotta di ulisse

La rotta di Ulisse ® 2014 tecnica mista

 

“Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,
infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso”

DANTE, Divina Commedia, Inferno, Canto XXVI

 

Il diario di Hermes – giorno n. XXV

[August Macke, Donna che cuce in poltrona]

[August Macke, Donna che cuce in poltrona]

giorno n. XXV (ordito)

il ragno avanza verso il centro della sua tela, il suo prodigio. Un insieme perfetto se ci si pensa, un apparato di cattura: presente e allo stesso tempo assente, linee invisibili che irretiscono d’improvviso, come un pensiero mai pensato che s’installa ingombrante nella nostra mente, diventando ossessione, luogo di caccia e di attesa, di meccanico movimento che coinvolge però la volontà. Il ragno sa a cosa penserà la sua preda: con un misto di stupore e paura si dibatterà cercando di capire perché le sue ali si muovono a stento e come ha potuto essere intrappolata. L’orrore è palpabile in certi momenti e ci si chiede sgomenti chi possa averlo suscitato. L’invisibile cattura il visibile e lo intrappola per cibarsene, ne succhia il midollo. Chi non sa vedere le tele e le trame che ordiscono il suo destino vive tranquillo finché non ha il sentore che la realtà è una pura finzione, infima parte, semplice barlume, finché non rimane intrappolato e si rode il fegato dalla disperazione, finché non capisce che la luce che illumina il suo mondo è solo il riverbero di un riverbero…

Il diario di Hermes – giorno n. XXIV

Il filosofo e il poeta 1915

[Il filosofo e il poeta, 1915 De Chirico]

giorno n. XXIV (sul desiderio)

scherzo leggero sulla filosofia riflettendo sul desiderio 

[del quale i veri filosofi – tra cui annovero me stesso (in quanto altro da me) – non se ne avranno a male, ma rideranno nel riconoscersi]

da quando filosofare è diventato un gioco sulle parole, molti confondono poeti e filosofi, molti poeti s’improvvisano filosofi e molti filosofi poeti, con esiti dubbi e vari; non che la filosofia senza gioco sulle parole abbia maggior valore: il periodare meccanico, disadorno, grigio, ripetitivo e alle volte salmodiante, unito alla faccia contrita da prete e alla posa di chi sembra soffrire in modo cronico di gastrite, non garantisce la serietà del discorso. Nemmeno l’erudizione sembra essere la base sicura per fondare la verità di ciò che si sta dicendo. Neppure la logica più stringente. Nemmeno le prove dei fatti. Nemmeno una pubblicazione all’anno, che non leggerà nessuno, a parte l’autore. E allora siate magnamini: perché non lasciare che chi vuole puerilmente giocare giochi? Che chi guarda ai concetti come alle strenne natalizie possa esprimere il proprio godimento nell’assemblare costruzioni illogiche e colorate destinate a crollare subito? Che chi sa quanto sia caduca la pretesa di verità dell’uomo possa baloccarsi innalzando una giocosa verità che smentisca sé stessa crollando il giorno dopo o la notte dello stesso giorno? Chi può negare che alle volte una verità valida di giorno possa essere contraddetta la notte? Lo sanno bene gli amanti…
Preferiamo senz’altro questi leggeri e vaghi passatempi allo spirito di serietà che come un tarlo rosicchia la mente dei più intrepidi giovani!
Dunque procediamo per cèlia. Anche se giunti in fondo al discorso vi chiederete se veramente si è giocato o si è detta la verità.
Voglio riflettere sul desiderio: tutti sanno che cos’è. O almeno tutti credono di sapere cos’è: ecco il punto. Il filosofo nasce là dove il buon senso muore, là dove il sapere comune, ciò che tutti credono di sapere, diventa sfondo neutro per il sorgere di bizzarre nuove visioni. Sebbene nel corso della storia millenaria ci sia stato anche chi ha esaltato il buon senso, anche la persona più onesta, che pretende di dire ciò che pensa, senza fronzoli, e di dire ciò che tutti sanno, di fronte al filosofo diventa un poveraccio. Epoché, dunque. Anzi, ἐποχή [è indispensabile per apparire un vero filosofo usare termini o frasi in greco o in tedesco e preferibilmente non tradotti e senza alcuna nota a margine che permetta di sapere cosa quella parola magica evochi o quella frase significhi. In fondo anche la filosofia è un gergo: più incomprensibile è, meglio è; gli eletti si riconosceranno tra di loro; per i profani ci sarà bisogno di divulgatori, di intermediari, di pontefici, di veri intepreti. Ci si potrà divertire per anni, si potranno spendere libri, centinaia di pagine, per dire che alcuni termini sono intraducibili in un’altra lingua].
Per capire che cos’è il desiderio è necessario [ma sappiamo bene quanto poco necessaria sia la necessità di un pensiero filosofico] andare alla radice, all’etimologia della parola stessa. [Apprezzate l’oziosità del filosofo: non è necessario studiare psicologia, leggere Freud, Jung, Reich, Lacan, studiare biologia, antropologia, fare esperimenti sul campo, ma è sufficiente avere alla mano un dizionario etimologico e aprire alla pagina giusta; oggi neanche più questo sforzo: è sufficiente digitare il termine su un motore di ricerca. Pardon, browser]
Desiderare deriva dal latino [peccato non dal greco! Il latino è la lingua dei giuristi, dei cavillatori, non dei serafici filosofi!] de-siderare; per alcuni significa, in analogia con il termine considerare, letteralmente fissare attentamente le stelle, lat. Sidera, per altri, all’opposto, pensando al prefisso de come privativo, come allontanamento, de-siderare deve essere inteso come togliere lo sguardo dalle stelle per difetto di auguri.
Nell’etimo della parola è già contenuto il significato ultimo del desiderio e dunque si danno due accezioni opposte tutte vere e sullo stesso piano. [Troppo semplice considerarne una relativa all’autentico desiderio e l’altra a quello inautentico: il vero filosofo si riconosce quando tutto ciò che appare contradditorio viene tenuto insieme e i problemi vengono approfonditi e le soluzioni più semplici vengono subito scartate]
Prima accezione. Desiderare nel senso di fissare le stelle. In fondo un desiderio tira l’altro e via dicendo, perenne è l’insoddisfazione, tanto che la mira ultima del desiderante è proprio raggiungere l’irraggiungibile, l’ideale del desiderio è l’orizzonte: l’obiettivo è sempre posto oltre rispetto a ciò che ci sta davanti, è all’orizzonte, e man mano che ci si avvicina esso si allontana. Il desiderio è dunque un tendere ed è anche il pungolo che non ci lascia mai in placida contemplazione. [Fin dall’antichità il filosofo è sempre stato un po’ moralista e soprattutto sobrio. Ecco allora che di fronte ad ogni cosa smodata, come il desiderio, considererà giusto il naturale castigo inflitto a chi eccede. Proverà gusto nel narrare le sfortunate sorti di chi ha osato: il fatto che siano andate male lo ripaga della sua mancanza di coraggio e del fatto che il filosofare coincida spesso con il reprimere il desiderio, con il lambire il baccanale, accarezzarlo con il pensiero, solo per ricacciarlo a parole]
Seconda. Desiderare nel senso di distogliere lo sguardo dalle stelle. Da interpretarsi non solo nel senso che il desiderio si rivolge spesso verso ciò che sembra contrastare con il luogo in cui albergano le stelle, il cielo, dove si trovano le idee e gli angeli, cioè si rivolge verso il basso, verso la materia, verso i corpi, verso le zone vergognose, ma anche nel senso che proprio nel movimento di distoglimento da ciò che è alto, celeste, si alimenta il desiderio.
Come questa unione tra alto e basso, tra anelito alle stelle e sprofondamento negli abissi di notti senza stelle, si possa conciliare è un Mistero [messo alle strette, non potendo spiegarsi, il filosofo pretenderà atti di fede e si metterà a usare le maiuscole come arma per mettere in soggezione ogni eventuale critico che avanza richieste di chiarezza. La maiuscola è il divieto di accesso a qualsiasi critica o istanza di ulteriore ricerca. La maiuscola è un punto fermo, il segno tangilibile che per il filosofo esistono cose sacre: i suoi concetti inspiegabili, intraducibili, indeducibili, assoluti].
E se voi credete che con questo io abbia scherzato soltanto, ribadisco con tutta la serietà del mondo che su questa concezione del desiderio come de-siderare, anelito al cielo e insieme verso il basso, si fonda l’essenza stessa dell’uomo e la possibilità di qualsiasi discorso profondo sul senso della sua esistenza…