Mese: maggio 2014

Il diario di Hermes – giorno n. XXI

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[Pierre Klossowki, Socrate interrogeant le jeune charmide]

giorno n. XXI (il Fuori come verità del dentro)

quando non si hanno altri argomenti, quando si vuole cercare una fortezza inespugnabile, quando inermi vogliamo affermare per paradosso la nostra forza, quando in catene vogliamo pensarci liberi, quando schiavi vogliamo raffigurarci signori, ecco allora che ci rivolgiamo al tribunale di ultima istanza, tribunale che può assumere e che ha assunto diversi nomi, diverse nature, diverse facce, ma che alla fine tutti concordano nel localizzare dentro, nell’intimità. Anima, Coscienza, Sentimento, Ragione, Sensibilità, infiniti nomi sono stati dati a questo intimo. Non voglio dire che siano tutti la stessa cosa, ma il loro minimo comun denominatore è di essere dentro; se anche in passato si è decretato che in un luogo individuato e specifico doveva trovarsi l’intimo, tanto che avremmo potuto toccarlo, nel cuore nel cervello ad esempio, presto si è compreso che esso sfugge sempre alla localizzazione definitiva, poiché non coincide con un organo particolare del corpo. L’intimo ha la paradossale natura di essere in luogo e insieme di non essere lì. E ne sospettiamo il motivo: il senso ultimo della sua topica atopia è di sottrarsi a questa terra. Non vorrei, tuttavia, qui urtare le sensibilità dell’animale evoluto Uomo e l’alta opininione che questi ha di sé, perciò procedo con cautela; spesso nobili veli nascondono sordide villose protuberanze e marcescenze, deiezioni mal sopportate e vergognose, levarli senza delicatezza potrebbe farci sembrare bruti. Ho provato anche io a cercare, a frugarmi dentro, come tutti convinto di trovare chissà quali ricchezze. Quanti ho sentito dire: lì sta la verità, cercala! Lì sta l’amore, cercalo! Lì stanno la bellezza, la giustizia, la forza, la dignità, la ragione, la coscienza o la sua voce e chissà quante altre cose… E allora per un po’ mi avete convinto, anche io mi sono rintanato in me stesso, anche io mi sono sentito prezioso e unico in virtù del mio ineffabile “dentro”, anche io ho voluto costruire una torre d’avorio dove ascoltare solo il suono della mia voce, anche io ho pensato alla perdita del mio dentro come a una perdita terribile, anche io ho voluto abbracciarmi per diventare impermeabile e saggio, anche io ho pensato che la scrittura dovesse essere il liquore distillato dal rimuginare del dentro, anche io pensato che fosse un mio diritto assoluto perdermi nel labirinto del dentro e non lasciarvi entrare alcuno; l’intimo ha la capacità alchemica di tramutare una cosa nell’altra: oh quanta perfezione ho creduto di trovare nell’imperfezione!, quanta saggezza nella stupidità!, quanta umiltà nell’egocentrismo!, quanta bellezza nei calli dei miei piedi! E poi mi è stato insegnato che il mondo, tutto l’universo, doveva trovarsi proprio lì dentro. Infatti, mi dicevano: prova a guardare una pianta, prova a tuffarti in un fiume, prova a lavorare per ore e ore, sei sempre tu che guardi, sempre tu che usi il tuo corpo come strumento, sempre tu che decidi o meno di fare o non fare, tu non puoi mai sparire, il tuo “io” ti accompagna sempre, rimane sempre accanto ad ogni oggetto, ad ogni emozione, ad ogni pensiero.
Convinto da tali ragionamenti, ho pensato dunque che fosse necessario basare ogni certezza sull’intimo che è bastante a sé e non ha bisogno di altro. Che cosa straordinaria dovevano ancora udire le mie orecchie! In quell’intimo si troverebbe addirittura Dio! Dio parla a tu per tu con l’intimo, con la tua coscienza, ti sussurra all’orecchio, Dio pensa sempre a te in virtù del tuo dentro! Nel tuo dentro ci sarebbe un passaggio, una porta, per Dio, lì ci sarebbe una luce particolare che viene da Dio. Dopo tutte queste mirabolanti qualità chi di voi non cederebbe e non si lascerebbe convincere?
Eppure rieccomi qui con un pugno di mosche, ho cercato in quel dentro e non vi ho trovato nulla, nulla se non un vento fortissimo che conduce fuori. Non starò qui a raccontarvi come ad una ad una siano cadute tutte le verità, come sotto il disinteresse si nasconda l’interesse, come sotto il nobile si nasconda l’ignobile; dico solo che è salutare, sano, da benedire, tutto ciò che contraddice con asprezza la melassa del dentro, dell’intimo, che ha fatto cariare tutti i denti al sapere millenario dell’Uomo. Ben venga la benedizione di ciò che finora era stato sempre maledetto! Ben venga la ferocia che mostra all’animale evoluto Uomo il suo stato di infermità e minorità e la nostalgia giusta per ciò che ha preceduto la sua presunta evoluzione!
Occorre ora svelare ciò che si è tentato sempre di nascondere: il vero senso dell’intimo, del dentro, vale a dire il senso volgare; l’intimo designerà in senso proprio e vero solo le parti considerate basse, lì sta la verità dell’intimo, non nel cuore o nel cervello, ma nel pene, nell’ano, nella vagina! Vagina ano e pene saranno l’espressione propria dell’intimo, come ogni parodia intuisce, come ogni carnevale sa, e insieme saranno il veicolo per condurre fuori. E in fondo tali sono sempre stati. Provate a leggere tutte le esortazioni a cercare dentro di sé come inviti all’autoerotismo, provate a pensare a ogni discorso sull’anima come semplice espressione di desiderio represso di frenesia amorosa, provate a ridurre ogni pensiero ai dati biologici e fisici del soggetto; vi verrà da ridere o da sorridere, ma avrete anche la percezione di quanta menzogna avete dovuto sopportare finora. È ora che il Fuori faccia valere tutti i suoi diritti: lì nel fuori l’individuo sarà solo per essere moltiplicato e disperso nell’universo, le cose si muteranno gioiosamente una nell’altra senza badare alla logica bolsa dell’Uomo e al suo bisogno di identità: il “divenire altro” sarà un modo semplice per esprimere il coito universale delle cose, essere altro da sé diventerà segno di eccitante annientamento di ogni stare in sé e così, solo così, s’invererà l’anelito all’intimità che da sempre ha caratterizzato la nostra storia…

Il diario di Hermes – giorno n. XX

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[Odilon Redon, L’esprit gardien des eaux, 1878]

giorno n. XX (necessità e contingenza)

non si fa altro, non si è mai fatto altro, che insistere sulla libertà: libertà di agire, libertà di dire, libertà di amare, libertà di non fare, libertà di non dire, libertà di odiare, libertà di stare al gioco e poi di abbandonarlo, libertà di criticare, libertà di ribellarsi al giogo, nei casi più perversi anche libertà di sottomettersi, libertà di essere agiti. Ma chi si è mai posto il problema di giustificare questo che appare un desiderio? Di contro: non può darsi qualcuno che esalti il contrario, che voglia insistere sulla nostra costrizione, sull’assenza di libertà, sul meccanicismo? Il destino spesso è arrivato ad accarezzare e consolare l’uomo di fronte al dato di fatto difficile da accettare. La costrizione è sempre parsa negativa, invece, e in ultima analisi la predestinazione e la libertà sono sempre entrate in contrasto. C’è sempre stato il problema di comprendere: come conciliare la nostra libertà con altro. Con il volere di Dio. Con la Provvidenza. Con le leggi della natura. Con la Legge. Eccetera. Di certo, verrebbe additato dalla folla, diverrebbe oggetto di disprezzo, gli sputi lo ricoprirebbero, chi desiderasse oggi di non voler essere libero, chi esaltasse la condizione dell’assenza di libertà. Eppure come semplice esercizio proviamo a pensare ad un uomo nato in preciso giorno, perché allora doveva nascere, che sa già quali malattie lo aspettano, sa già quali gioie e quali dispiaceri lo accompagneranno, sa già quando e perché morirà, sa tutto questo e insieme sa che è irrimediabile. Ci potremmo domandare: se accadrà in modo necessario, come è possibile che non sia già? In un certo senso tutto ciò che noi sappiamo è già da sempre per l’eternità. Non potrebbe essere altrimenti. Se noi sappiamo già ciò che accadrà, nel senso che non potrà essere altrimenti, ciò che accadrà è sì possibile, nel senso che non è ancora successo, ma insieme è necessario, nel senso che accadrà senza la possibilità che non accada. Chi sapesse tutto come Dio, dunque, impazzirebbe a pensare a ciò che non è come ciò che, in fondo in fondo, è già. Tuttavia questa situazione sarebbe priva di ansia, di angoscia, di timore, di speranza. Tutto sarebbe, perciò, già da sempre per l’eternità. Insieme, tutto accadrebbe come nuovo, contingente. No, non è l’ignoranza delle cause che ci fa credere di essere liberi, mentre non lo siamo, ma sarebbe la conoscenza esatta di tutto ciò che è che ci permetterebbe di conciliare libertà e necessità. Tutto ciò che è dall’eternità accadrebbe senza necessità, libero, come un superfluo di più che nulla aggiunge a ciò che è già lì dato, necessario. Sarebbe una finzione? Se è già, come può accadere di nuovo? La soluzione è data da questa semplice affermazione: ciò che è dall’eternità diviene, non è ciò-che-è e insieme è ciò-che-è, ogni azione che compiamo, ogni più piccola cosa che ci riguarda, senza escludere nulla, quelle reputate basse, ridicole, inutili, è nuova e insieme ripetuta eternamente (era già lì prima che accadesse, in quel preciso luogo, da sempre, e noi in fondo lo sappiamo), perciò incredibilmente ineluttabile e fortuita, quasi come un miracolo…