Il diario di Hermes – giorno n. XIX

Scorpione

   
giorno n. XIX (coda)

se dovessi paragonare a qualcosa la mia scrittura – i segni sparsi che io vergo su questi fogli consumati dal sole e dalla notte – l’avvicinerei a ciò si trova in punta alla colonna vertebrale dell’uomo, a quell’ultimo pezzo a punta, tecnicamente il coccige dell’osso sacro, quell’appendice ricordo della coda animale. Sappiamo che nell’animale la coda di solito ha differenti funzioni sia motorie che sensibili precise. Nell’uomo il moncone rimasto più nessuna, ecco allora che è solo un ricordo fossilizzato di una coda. Possiamo considerarla una scheggia di ricordo dell’animalità dell’uomo. Non l’unico ricordo e neanche il più appariscente o significativo a prima vista. Ma è proprio il suo celarsi a renderla ancora più interessante. Se fosse sotto gli occhi di tutti sparirebbe. Ora che è nascosta e solo il pensiero ci ricorda la sua discendenza, è più facile che la rivelazione della sua presenza ci lasci senza parole. Tutti i sentimenti alti e nobili, la nostra dignità, il nostro onore, la nostra umanità, il nostro coraggio, tutto ciò che ci fa commuovere ed innamorare, la poesia, l’arte, la letteratura, le grandi azioni, tutte queste cose devono tenere conto del fatto che siamo animali e che perciò abbiamo la coda, o almeno il ricordo di essa. Quest’associazione susciterà il riso in chi legge, si penserà ch’io voglia scherzare o quanto meno svilire ciò che “alto” avvicinandolo a ciò che è “basso”. Ma come? Lo spirito e lo strumento forse più perfezionato per esprimerlo – la scrittura – stretti fratelli del nostro istinto, dei nostri impulsi, della nostra animalità? E’ normale ridere: si ride perché d’improvviso crolla ogni argine costruito ad arte dal pensiero, perché si ha l’intuizione vertiginosa di ciò che si voleva scordare.
Certo, questo non è che un gioco! Non posso negarlo, ma non sono mai stato più serio. Voi vi dite: meglio scordare l’ascendenza, gli antenati non ci interessano, interessa ciò che l’uomo è ora, non da chi deriva, la sua scrittura meglio paragonarla ad altre parti del corpo, in zone più in alto, vicino alla testa o al petto, lontano da quelle paludi equivoche!
E invece insisto: la scrittura non è altro che la coda ormai inesistente dell’uomo, ricordo del suo essere animale. Mai dimenticare la genesi, il “da dove” di ogni cosa.
Strano, non ci pensiamo mai, ma quel moncherino senza funzione è la nostra coda. Sembra del tutto privo di rilevanza pensare alla propria coda, ma io dico che sarebbe bello averne una più lunga, il cui movimento sarebbe immediata espressione della personalità del padrone. Solo l’immaginazione ormai può farcela allungare. Non sarebbe meglio averne una in carne, pelle ed ossa? No, poiché io credo che sia proprio la sua assenza a farci scrivere, scrivere e scrivere per sopperire alla mancanza. Avessimo una coda vera e propria, forse ci basterebbe muoverla per comunicare qualcosa all’altro, all’amata ad esempio, pensate come sarebbe strano conquistarla con il movimento di coda senza dover sprecare parole o poesie, rime, allitterazioni, chiasmi! Voi protesterete che sono troppo semplice, che una coda in ossa, pelle e carne non potrebbe mai sostituire la complessità della nostra bella e nobile scrittura, che l’accostamento bislacco non reggerà mai ad una critica seria. Io controbatto che la scrittura è solo un mezzo impreciso e depotenziato che prolifera in assenza di meglio, che una coda vibrante – che sa sempre cosa fare, che va dritta allo scopo, che esprime emozione e movimento – saprebbe più e meglio comunicare ciò che è necessario comunicare. E tuttavia ormai, come detto, solo l’immaginazione ci può far allungare la coda e la sua assenza è ciò che sviluppa il surrogato: la scrittura.
Ecco allora che ogni scrittore ha una sua particolare coda: c’è chi ha la coda di cane, e perciò scodinzola spesso e l’abbassa quando si sente colpevole, chi l’utilizza come un gatto per mantenere l’equilibro nella corsa e quando è nervoso la sbatacchia di qua e di là e la gonfia e la drizza quando vuol fare impressione all’interlocutore, oppure la utilizza come cuscino quando vuol riposare, c’è chi ha la coda setosa di vacca, che utilizza muovendo ritmicamente quasi senza motivo e senza espressione, la cui unica utilità sembra essere quella di allontanare le mosche. Chi ha la coda di pavone, chi di gallina, chi di fagiano, chi di topo, chi di lupo, chi di scoiattolo, chi di orso. Può darsi persino che si possa avere una coda di maiale. Adoro chi nella coda custodisce il veleno, come uno scorpione, e sa come chiudere un brano con sagace e pungente ironia, senza lasciare sospesi, chi conclude il discorso con una stoccata letale…
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8 comments

  1. “Strano, non ci pensiamo mai, ma quel moncherino senza funzione è la nostra coda. Sembra del tutto privo di rilevanza pensare alla propria coda, ma io dico che sarebbe bello averne una più lunga, il cui movimento sarebbe immediata espressione della personalità del padrone.”

    non tutti non ci pensano o almeno lo fa chi ha consapevolezza della propria coscienza e si sottomette alla ' sottrazione' apparente?
    dello stato di animalità che dovremmo onorare. sta qui se posso esprimere il mio personale parere.
    il luz, quel residuo d' amputazione dovrebbe tradursi in fondamento profetico all' evoluzione o comprensione degli strati più arcaici. quella 'rimanenza' o meglio reminescenza è scintilla di una totale luce o padrone che ci marchia di appartenenza. l' essere nascosta la fa sacra luce. ora è tardi, non so nemmeno se ho scritto in delirio 🙂 ma volentieri tornerò a riflettere su queste tue considerazioni interessanti e stimolanti.
    caro saluto e buonanotte Daniele.
    paola

  2. Grazie cara Paola per la tua lettura. Hai detto meglio di quanto potessi dire io qual è il punto: il suo essere nascosta la rende sacra. Questa sacralità è ciò che deve essere onorato in noi, la nostra discendenza, la nostra origine. La sacralità che ci fa uomini è la ripresa dell'animalità in noi, evitando ogni mutilazione indotta. Una scheggia, una scintilla di luce che pochi sanno (di) custodire. Qualcosa di sottratto alla coscienza e perciò ancora più prezioso.
    Un abbraccio
    A presto
    D.

  3. Il “divenire animale” sì. Mi fa molto piacere l'accostamento a Deleuze: trovo sia molto interessante il passaggio che riporto a memoria, perciò in modo impreciso (nelle interviste de l'Abécédaire), dove riprendendo Kafka “La Metamorfosi”, dice che la scrittura deve essere un balbettio, un “pigolio doloroso”. Dice poi questo: bisogna scrivere al posto (“à la place de”) dell'animale: questo è appunto il rapporto che la scrittura deve instaurare.
    Grazie per la tua lettura e per le interessanti considerazioni.
    Un caro saluto.
    D.

  4. Ciao Michele, grazie per la tua aggiunta. Anche questa espressione “stranieri nella propria lingua” di Deleuze dice bene ciò a cui deve aspirare la vera scrittura, quella appunto che esce dal familiare, dall'abituale.
    Un caro saluto.
    D.

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