Mese: ottobre 2013

Il diario di Hermes – giorno n. XVIII

“Tutto è vanità”
Illustrazione di Charles Allan Gilbert


giorno n. XVIII (vanitas)

E’ buio pesto sulla scena, non si distingue nulla.
UNA VOCE: «Quanto tempo perso nell’affanno delle azioni volte ad assicurare l’eterno, nella speranza di raggiungere con ogni mezzo ciò che non è, né potrà mai essere; tra mille anni nessuno verrà ricordato, eppure ci accalchiamo a lanciare la nostra immagine, speriamo di poter al più presto calcinare la nostra impronta, di imprimerla in qualche suolo o mente, purché qualcuno ne sia soggiogato, affascinato, irretito, fatalmente conquistato; comico affanno della nostra condizione: ce ne basta uno solo, ma preferibilmente mille e ancora mille schiavi adoranti, plaudenti, sotto di noi».
IO: «Chi sei tu? A me basta sapere ciò che so, più oltre non voglio guardare; che sia sufficiente bastarsi? Cosa cercare d’altro? Coltivare il proprio orto è sufficiente? No, sempre avanti a me è la mia meta e son certo che saprò ottenerla»
LA VOCE (sempre dal buio pesto): «Che importa come mi chiamo? Ho nomi che non dicono ciò che sono e altri che dicono ciò che non sono. Sono lume consumato, rosa recisa, bottiglia vuota, bolla di sapone, teschio-fermacarte, natura morta. Sono tutto e nulla, nello stesso momento. Potrei parlarti di vite che ho vissuto come in un sogno, di altre piene di gesta ed eventi, di altre che sono raggrinzite senza maturare. La cenere mi riempie la bocca quando cerco di dire in modo chiaro ciò che vorrei dire. Perciò spesso il silenzio è il mio fedele compagno. E tu mi vuoi far parlare! “Niente” è ciò che ho da dire. Ho attraversato bocche aperte gaudenti, bocche serrate amare, bocche semichiuse in attesa, bocche oscene nel piacere e bocche cesellate finemente. Per traghettare dalla notte la verità che nessuno orecchio vuole sentire.
Che destino beffardo e frustrante! Sono messaggera sempre respinta, porto con me parole che nessuno vuole mai udire. Come uno spaventapasseri abbandonato nel campo d’inverno, ricoperto di neve, sono il semplice ricordo dei semi e dei germogli e delle messi da difendere, mi piego sotto il manto bianco dell’oblio».
IO: «Vorresti farmi intenerire? Tieni per te le tue parole piene di fiele! Quale saggezza vieni a portarci? Ci vuoi forse insegnare la pazienza e la rassegnazione, le virtù dei deboli?»
Una luce fioca ora illumina la scena. Quella che era solo una voce ora è una figura che parla, una donna senza vestiti, nuda. S’intravedono i suoi capelli lunghi, probabilmente biondi, il naso, i capezzoli, le mani, il contorno della gambe; tutto il resto è nell’ombra, una sagoma scura su un fondo bruno; gli occhi si intuiscono pur rimanendo annegati in due orbite di oscurità. 
LA FIGURA CHE PARLA: «Lontano da me queste accuse! Io non predico la rinuncia, è per me esecrabile la vita orientata verso l’al-di-là che non conosco e che non c’è, il vivere “in attesa di”, l’ascesi. Se c’è qualcosa che vorrei insegnare e tramandare è la gioia di vivere, dire di sì alla vita: sì alla rugiada del mattino (perle preziose lasciate lì dalle stelle), sì al calore del primo raggio rasente che allunga le ombre come uno sbadiglio, sì al ricordo del primo sorriso della persona che amerai e che sarà compagna per tutta la vita, sì ai frutti maturi che crescono inattesi e dolci, sì a tutto, sì perfino alla cose che di solito tutti maledicono e rifiutano, infatti proprio la loro presenza ci rende più desiderabile il loro contrario: sì alla marcia serrata che fa anelare il riposo, sì alla fame e alla sete, sì alla veglia insistita, sì al mal di testa, sì alla guerra, sì all’odio, sì alla morte».
IO (un po’ turbato e dalla nudità della donna e dalle sue parole): «Mi devo ricredere: credevo volessi esaltare la rinuncia, il sacrificio, lo spirito di abnegazione e invece vieni qui a predicare di dire di sì alla vita. Eppure mi parli anche di ciò che in fondo è male, non è desiderabile! Non capisco più nulla!».
La luce ora è piena. La donna, molto bella, a proprio agio, sorridente, dal corpo tornito, dalla pelle lattea, con gli occhi azzurri, si mette a danzare, nonostante non si oda alcuna musica. Sembra che danzi il silenzio. Per un momento è assorta e sembra non curarsi più della presenza di altri. Poi scuotendosi, riprende a parlare.
LA DONNA (mentre danza): «Non capire più nulla è un inizio. Infatti, quando si pretende già di sapere, è impossibile procedere o intendere ciò che l’altro ha da dire. Non desiderabile è ciò che non esiste. Una lama antica (quanto la storia stessa dell’uomo) ha dolorosamente tagliato ciò che non si doveva dividere, ha inciso la carne delle creature separando ciò che è ritenuto bene e ciò che è ritenuto male. E allora l’uomo e la donna hanno considerato in loro potere il porre condizioni per la loro salvezza, hanno anche pensato di poter opporre un rifiuto a ciò che veniva donato. Che cosa meschina! Piccole formiche che rifiutano il piede che le schiaccia! Il “sì a condizione che” divenne la regola aurea. Io dico: non c’è affatto salvezza, tutto è vano. Questo è il presupposto per non porre condizioni, per amare fino alla fine, per amare a prescindere da sé, disperdendo quel poco di ragione che ancora si possedeva, dissipando ogni tesoro messo da parte. Accettare il dono, solo per donare. O voi che guardate sempre in alto, se volete amare, io vi ordino: distogliete lo sguardo dalle stelle!».
Il monito finale, espresso con veemenza, in contrasto con la leggiadrìa del movimento della donna, non fa altro che aumentare l’eccitazione dell’interlocutore, dilaniato dal contrasto tra il desiderio di abbracciare la donna e la sua verità inaudita, e la resistenza per il timore di tradire l’abitudine a non lasciarsi andare. Eppure quelle parole non lasciano indifferenti, per la prima volta vengono udite ed è come se ciò che indicano sia stato lì da sempre, velato. Incredibile che una cosa così chiara, evidente, alla luce del sole, sia sempre stata velata, nascosta da un manto che ora sembra non essere mai esistito. Allo stesso tempo, questa “cosa” sembra priva di senso, più buia della notte senza stelle. Nel momento in cui si vuole afferrarla sfugge, si ricopre del manto invisibile tanto che non sembra essere altro che illusione.
INTERLOCUTORE: «Posso comprendere ciò che desideri. Tu sei così bella e nel tuo sguardo c’è qualcosa d’indicibile… Posso…posso abbracciarti?».
L’interlocutore abbraccia la donna accarezzando tutto il suo corpo, avendo inteso il suo silenzio e il suo sguardo come un accondiscendere. Mentre viene presa dall’interlocutore, continua a parlare. La sua voce prima così ferma ora sembra incrinata, insieme dolce e vibrante. 
LA DONNA: «Attento! Ciò che tu vedi è ciò credi di sapere, ma ancora non sai. La mia carne è così liscia e tesa solo perché prevede il raggrinzire della vecchiaia, i miei occhi così blu solo perché hanno comteplato l’accecante abisso nero, la mia bocca così fresca solo perché preconizza il fermentare della putrefazione. Bisogna amare tutto questo fino in fondo, lo ami?».
«Lo amo, voglio rimanere in questo istante di suprema verità che hai disvelato, voglio stringerlo fra le mani, farne un ritratto una volta per tutte, cantarne la lode definitiva, così come nessuno finora ha fatto. Perché mi sembra di essere monco, cieco e muto di fronte a questa bellezza? Forse perché coincide con il suo contrario, l’orrore?».
«Tu sei muto, cieco e monco senza saperlo se vuoi fermare l’istante che fluisce per sempre. Viene e va, va e viene. Non pensare nemmeno, non darti pena di fermarlo di fissarlo, sarebbe inutile. Puoi viverlo appieno soltanto. Si può dire che è eterno anche se sparisce per sempre, ma questo è già dire troppo. E’ follia volerlo rappresentare e solo un folle può tentare di farlo; finisce per tradirlo e per riderne fino alle lacrime!».
Silenzio. Luce sempre più intensa sulla scena. La donna tra le braccia dell’interlocutore si abbandona come morta; ormai ogni ormeggio è tolto; la barca senza sestante percorre la rotta fortuita del vento del delirio…
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