Mese: agosto 2013

Il diario di Hermes – giorno n. XVII

    giorno n. XVII (specchio)

PREAMBOLO

    per chi è serio, gioco allo specchio | mi specchio nel gioco serio
    che essere dovrebbe la poesia | poesia dovrebbe essere
    ciò che scriverò? | Scriverò ciò che
    l’imprecisa simmetria del verbo e degli equivoci nomi porterà con sé | se la simmetria imprecisa del verbo e dei nomi – equivoci porterà con
    sé, altro non avrò fatto che poesia | altro da poesia avrò fatto se
    applicare leggi vorrò. | Vorrò applicare te che leggi, 
    se godimento ti dona, al labirinto di questo mostro partorito dalle parole | mostro alle parole il godimento che il loro labirinto dona
    quando si librano dal senso univoco. | Librano, invece, il senso univoco
    e il bisogno di peso! | Peso il bisogno
    di immaginazione, di sogni, di vita, e batto ricevuta in versi | tu versi l’immaginazione ricevuta nei sogni della tua vita, io batto 
    finalmente in ritirata e lascio la parola al riflesso dei segni.

SPECCHIO

amo la circonfusa luce | di luce circonfusa l’amo

in un porto ignoto di brace e respiro la cenere | porto la cenere della brace e il respiro ignoto

ma sempre vivo nel mondo desolato | mondo il vivo ma sempre dal desolato

tramonto di speranze messe alla porta | porta speranze alle messe del tramonto

il volto del cielo arrossito per una muta di sogni | sogni muta il cielo e arrossito in volto

io albergo presso il volo del tuo sguardo, vago riparo all’orizzonte | vago con lo sguardo all’orizzonte ma volo al riparo-albergo

dolce della tua cucina dove, ospite, consumo il tempo | il tempo ospite cucina un dolce che consumo

come dono della festa a sorpresa: la vita | dono la vita alla sorpresa della festa

di bagliori sospesi al presente, senza bisogno di trama | trama bagliori, al bisogno, il presente senza sospesi

e porta l’abbandono al corpo silente | abbandono il corpo attraverso la silente porta

all’aria muta dell’abisso di tutto ciò che è | e tutto ciò che muta l’abisso nell’aria

rarefatta delle cime è la vertigine della caduta resa identica all’ascesa | …

[ad libitum]

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Il diario di Hermes – giorno n. XVI

    giorno n. XVI (Eva)

   i neri rami dell’albero della conoscenza, nello specchio celeste a zig-zag come fulmini, sono le vene dei polsi di Dio. Lei sa ora cosa rimpiangere: non poter più essere acqua nell’acqua in quell’immenso cielo in cui la sua pelle di pesce solleciterebbe un tatto morboso, non poter più essere aria nell’aria in quell’alba tenue, respirata attraverso il fresco delle nubi disperse, non poter più essere terra nella terra in quell’isola germogliante e cieca e soffocata, né più essere fuoco nel fuoco in quell’esplosione di carne e nel piacere della deiezione di sogni attraverso sfinteri incontrollabili. La falsa coscienza, trovata nel peccato, come un becco di aquila martorierà le carni. Scheletri agghindati avranno la presunzione di essere perfetti compagni per feste danzanti e dopolavoro agonistici. Ma Eva ci ha liberato dall’asservimento al perverso gioco di un dio-giudice, giogo per menti deboli, pane per prigionieri auto esiliati, per donarci il gusto nostalgico per infantili ebbre melodie e febbri…

Il diario di Hermes – giorno n. XV

giorno n. XV (il tiepido)

– ultimo tributo al Romanticismo –

nella venerazione dei grandi,
il tiepido ignora le leggi fisiche
del gusto e della vita:
per esempio
l’osmosi non funziona dal genio al filisteo –
del resto mai il “giusto” vorrebbe avvicinare la piena
e patir l’esondazione nei suoi campi arati…
meglio a tempo debito innalzare statue, lastricare
altari dorati per genuflessioni
e arcuare la schiena
ben vengano acclamazioni post mortem dell’empio, del reo,
meglio tributare onori a distanza, quando
né calda né fredda pesa sullo stomaco dell’eterno
l’opera del trapassato.

Oh bell’oggetto che potete
incollare, misurare, con principio e fine, compimento –
la sua vita –
oh bell’oggetto già polveroso
s’indovina tra le dita il giallo delle pagine, il catalogo,
l’etichetta, la forma, il sunto, il levigato che s’alza dalla materia,
l’immacolato che solletica il palato,
l’imponderabile che non conosce fatica
biografia, si può sciorinare il “nacque…scrisse…vide…sposò…morì”,
oh bell’oggetto – la vita inscatolata!
il sempiterno valore
l’universale smunto e anemico
che in un motto si può riunire.
Che sollievo saperti così!
Oh bell’oggetto la tua opera
che darà da rosicchiare e ruminare per secoli
esegesi di esegesi di singoli tozzi del tuo troncone
scia di bava su bava per ragnatele intorno a te
confusione di nomi e segni, uno sciame di api
valorosi discepoli refrattari alla creazione
compitano le orme della tua via…
Oh begli oggetti le tue azioni già pronte
non più osare ripeterle dovete
la tua ombra – dolce riparo
i tuoi tormenti – un motivetto che commuove
durante la lunga digestione del dopopranzo,
i tuoi amori – un romanzo sentimentale…
Oh faro per barche già sonnecchianti nel porto!
Oh rigor mortis così ben rilegato da stare sullo scaffale!
Oh bell’oggetto che ama la compagnia dei topi…

Pensa, o tiepido – invece – al sudore, alle sue labbra spaccate
ai suoi occhi cupi rosi, alla puzza della sua carne,
al suo sorriso stanco e torto e sfuggente!
Meglio un po’ di nausea corretta, dopotutto, tu pensi
due compresse la sera per digerire
meglio l’acidità sovente ben sopportata
che vomitare incenso
per sacralizzare la propria vita,
meglio mangiare in bianco
che gustare i cibi innominabili e complicati
meglio un po’ di limonata
che bere veleno denso che brucia polmoni e cuore,
meglio il sonnellino che la veglia ispida della sua anima pazza,
una bonaccia serotina meglio che una mattinata d’ebbrezza,
pensa il tiepido…

Il diario di Hermes – giorno n. XIV

giorno n. XIV (un veggente)

“Che ne sapete voi del dono prezioso che mi ha investito? Cosa credete che sia quella vile abilità che a prezzo stracciato ho comprato al mercato? E’ una maledizione! Una maledizione che mi ha quasi sempre impedito di parlare e di dire, che mi ha fatto strappare da solo gli occhi dalle orbite, che dalla cantina più buia mi ha fatto anelare la luce, come un poppante il latte del seno materno. Non sapevate della mia cecità? Il mio accecamento nasce dal tentativo di seppellire nell’antro più buio della caverna il raggio abbagliante. Non sapevate che le mie visioni sono complicate trappole luminose che cercano di condurre in un pozzo? che sono forgiate, dalla mia mano ruvida e terrosa, nella fucina dell’oblio? A me, condannato e infetto, a me! povero idiota, la bellezza bacia la fronte e ripassa in circolo con il dito della mano bianca, giocando con dolcezza, le nere orbite vuote! Voi non aspettatevi da me altro che disegni dell’impossibile che facciano gridare la solitudine e la disperazione!”…