Il diario di Hermes – giorno n. XIII

giorno n. XIII (fortuito destino)
– lezioni di positivismo –
E’ forse debolezza saper cantare?
e pensarsi unici?
e credere di calpestare la terra come un diritto
innato inalienabile?
e tenere nel pugno stretto il fazzoletto di tempo
a noi concesso, tastando il nodo
per un anniversario sepolto?
e mostrando i denti
sfidare la sorte
senza saper a chi inchinarsi
riconoscenti?
tutto è già stato detto
tutto già vissuto,
uno di noi non vale l’altro?
altri mille sosia
sapranno amare,
mentire e ridere e piangere come me, come te?
da sempre si ripete il fortuito destino
che tiene i fili
se c’è scampo, le illusioni gridano opache vendetta!,
se c’è speranza,
la cenere offusca gli occhi!
se c’è bellezza,
l’ingiustizia l’accompagna come sorella stringendole il grembo!
senza alzare il capo
periamo soli e confusi tra mille altri
abbiamo creduto a una nenia infantile:
come scavarsi la fossa in una scatola di biscotti
e inumarsi al suono del carillon –
ma in un vortice meccanico
la sgraziata ballerina ci invita
a prendere congedo dall’arrancante melodia che la muove
prima che silenzio soffochi le ultime note singhiozzanti
poiché non ha anima il suo cuore di metallo…
tu conoscevi il timbro nascosto
che poteva fare di me lo strumento perfetto,
e non solo uno scordato organetto
per caso ti ho incontrato
(o tutto era scritto?)
hai profferito le giuste parole
(perché credersi oracoli?)
astute manovre hai architettato (perché chiamarle arti magiche?)
alludendo a sogni gonfi di simboli (ma siamo sicuri che la veglia non suggerisca immagini che il sonno non concede?)
a vaghi segni (probabili tracce insignificanti che solo sotto il tuo occhio astuto si compongono?)
tutto un ordine, ordito intorno a me:
sapiente lavoro di ragno (o fata?)
un incanto che non inganna (o sì?) l’artefice
maligna coscienza che distanzia
(o innocente abitudine a mentire?)
per abbracciare senza ritegno,
tu, abituata a calcolare con godimento sadico,
– esperto meccanico di sentimenti –
ti ostini a fingere di aprire al mondo gli occhi
ogni giorno come se fosse il primo
con simulato sguardo di bambino
amavi creare intorno a te un alone oscuro per irretire gli stranieri e lasciarli sempre al confine con brama di essere ospitati – mentre la luce al neon stupra il tuo segreto che si mostra per com’è: oscena inflorescenza che segue il proprio cieco e millenario istinto (credevi forse che fosse unico e prezioso il tuo dono? non quel marcescente vezzo che neppure ti appartiene?)…

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6 comments

  1. abbiamo creduto a una nenia infantile:
    come scavarsi la fossa in una scatola di biscotti
    e inumarsi al suono del carrillon –

    si fa sempre più cosciente la tua scrittura Daniele e tutta si tiene restando a fili scoperti di messa in potenza che fibrilla. si legge d' un fiato questo bel monologo/dialogo (che l' altra parte per il riflesso delle parole di crea entità vivissima e intraprendente, complimenti)
    a chi parli e chi ti ha parlato e usato chi risponde a queste tue parole di una drammatica freschezza rimane all' interpretazione cui tu certo instilli ispirazione ed evocazione. personalmente mi ha ispirato Circe o uno specchio dal sesso di femmina un ente femminile diabolico e conoscente più che cosciente la nostra stessa immagine. pure c'è nelle tue parole un' indagine nel segreto di questa figura, un' ammirazione capovolta e tesa al rimprovero da figlio a madre. ma è solo una mia sensazione parziale e fallibili le mie antenne.
    🙂
    caro saluto. mi piace molto, mi ripeto.
    paola

  2. Cara Paola grazie per la tua attenzione e per la tua lettura preziosa.
    Ciò che dici è esatto: diversi livelli interpretativi si dischiudono, alcuni più astratti e generali e altri più concreti ed “esistenziali”.
    Ogni interpretazione è filtrata e mediata dall'interprete e in ciò è sempre un dono.
    Mi fa piacere che tu abbia rilevato questa specie di dialogo con la figura femminile, insieme diabolica e vittima del meccanismo (” uno specchio dal sesso di femmina un ente femminile diabolico e conoscente ” proprio così un'alterità che trama e che si vuole smascherare ma che insieme si ammira e si vorrebbe raggiungere) ; lo smascheramento della ragione, della lucidità, è insieme nostalgia di qualche cosa che si è perso. Un'ammirazione per l'infantile mondo di cui si vorrebbe ancora fare parte (e forse ci sono momenti della nostra vita in cui ne facciamo parte, l'amore, la fede, la grazia, ecc) e nello stesso momento la delusione per la scoperta che tutto abbia una spiegazione più semplice.
    La tensione tra questi due elementi è ciò che dà il tono di questo scritto, credo.
    Il maschile e il femminile di questo “tu” a tratti si confondono. Spesso sembra che questo “tu” sia addirittura Dio. Questa l'idea che ad un certo punto rileggendomi mi è venuta.
    Grazie ancora per esserti soffermata.
    A presto
    Un abbraccio

  3. Letto e riletto con molto piacere. Si presta a molte interpretazioni, e piacevole e arguta
    la tua visione nel commento. Condivido gli aspetti del volente e non volente divenire quasi in un gioco di splendide proiezioni.

    un buon sabato

  4. Grazie Michele. E' un vero piacere sapere che questo giorno abbia suscitato in te un vivo interesse.
    Hai sottolineato un aspetto importante del mio scritto: c'è un gioco/contrasto tra gli aspetti collegati alla volontà e quelli involontari del divenire. Questi aspetti si compongono in una lotta tra due distinti sentimenti: da un parte la volontà o pulsione d'incanto (di ritorno all'innocenza) e dall'altra la consapevolezza che l'incanto può essere facilmente smascherato ed è fragile. Il tutto creando un intreccio tra io e tu, e tra maschile e femminile. Il mio ideale sarebbe una scrittura senza soggetto. In quella direzione mi muovo.
    Buon sabato
    A presto
    D.

  5. Credo che la drammaturgia nasca (almeno nella lingua italiana) dai riti matriarcali, meglio sarebbe definirli riti-commedia. Riti che vengono appunto rappresentati in forma che oggi chiamiamo commedia. Questi nascono agli albori della lingua Latina da un popolo latino, un enclave latina, che abitava al nord di quella che ora è Roma il popolo dei Falisci. Dalle loro rappresentazioni rituali nascono la commedia “dell'arte” ora chiamata farsesca (trascinandone solo un aspetto).
    Da questo popolo si deve appunto la commedia-rappresentazione teatralità sulla natura del matriarcato, rappresentazioni, financo oscene (bilanciamento).. poi i romani con i baccanali ripresero alcuni aspetti di queste rappresentazioni trasfigurandole, almeno nei racconti postumi.
    Ma
    rimane oggi ancora intatto (senso) il centro d'una cultura matriarcale e tutte le problematiche psichiche che ne includono gli aspetti. Ecco forse l'universalità è il senso impersonale, culturale.

  6. Perdona Michele la scarsa tempestività della mia risposta, ma ero in vacanza. Grazie molte per questa tua interessante suggestione storica. Credo che molte degli aspetti culturali (anche e soprattutto inconsci) possano essere intesi in modo pieno solo rapportandosi appunto alla loro storia.
    In questo caso la cultura matriarcale.
    Un caro saluto
    D.

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