Mese: maggio 2013

Il diario di Hermes – giorno n. XIII

giorno n. XIII (fortuito destino)
– lezioni di positivismo –
E’ forse debolezza saper cantare?
e pensarsi unici?
e credere di calpestare la terra come un diritto
innato inalienabile?
e tenere nel pugno stretto il fazzoletto di tempo
a noi concesso, tastando il nodo
per un anniversario sepolto?
e mostrando i denti
sfidare la sorte
senza saper a chi inchinarsi
riconoscenti?
tutto è già stato detto
tutto già vissuto,
uno di noi non vale l’altro?
altri mille sosia
sapranno amare,
mentire e ridere e piangere come me, come te?
da sempre si ripete il fortuito destino
che tiene i fili
se c’è scampo, le illusioni gridano opache vendetta!,
se c’è speranza,
la cenere offusca gli occhi!
se c’è bellezza,
l’ingiustizia l’accompagna come sorella stringendole il grembo!
senza alzare il capo
periamo soli e confusi tra mille altri
abbiamo creduto a una nenia infantile:
come scavarsi la fossa in una scatola di biscotti
e inumarsi al suono del carillon –
ma in un vortice meccanico
la sgraziata ballerina ci invita
a prendere congedo dall’arrancante melodia che la muove
prima che silenzio soffochi le ultime note singhiozzanti
poiché non ha anima il suo cuore di metallo…
tu conoscevi il timbro nascosto
che poteva fare di me lo strumento perfetto,
e non solo uno scordato organetto
per caso ti ho incontrato
(o tutto era scritto?)
hai profferito le giuste parole
(perché credersi oracoli?)
astute manovre hai architettato (perché chiamarle arti magiche?)
alludendo a sogni gonfi di simboli (ma siamo sicuri che la veglia non suggerisca immagini che il sonno non concede?)
a vaghi segni (probabili tracce insignificanti che solo sotto il tuo occhio astuto si compongono?)
tutto un ordine, ordito intorno a me:
sapiente lavoro di ragno (o fata?)
un incanto che non inganna (o sì?) l’artefice
maligna coscienza che distanzia
(o innocente abitudine a mentire?)
per abbracciare senza ritegno,
tu, abituata a calcolare con godimento sadico,
– esperto meccanico di sentimenti –
ti ostini a fingere di aprire al mondo gli occhi
ogni giorno come se fosse il primo
con simulato sguardo di bambino
amavi creare intorno a te un alone oscuro per irretire gli stranieri e lasciarli sempre al confine con brama di essere ospitati – mentre la luce al neon stupra il tuo segreto che si mostra per com’è: oscena inflorescenza che segue il proprio cieco e millenario istinto (credevi forse che fosse unico e prezioso il tuo dono? non quel marcescente vezzo che neppure ti appartiene?)…

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