Mese: aprile 2012

Il diario di Hermes – giorno n. 8

giorno n. 8 (estasi)
“fa’ del tuo corpo il tempio che io sarò autorizzato a profanare, renditi preziosa al mondo al solo scopo di abbassarti davanti a me:
bocca aperta quando dici spirito – io intendo carne
occhi celesti quando contemplate il cielo – io so che sognate l’abisso
mani delicate e dita sottili, strumento preciso di lavoro e studio, accarezzate libri sacri – io so in quali lordure vi sporcherete
viso serio e fine, serenamente affacciato a sorrisi di circostanza – io so dell’osceno abbandono, dello scompiglio, del rossore che si compiace di sé
voce flautata e intelligente sguardo, che sa mettere tutte le cose in ordine – io presento inarticolati gemiti, simili a preghiere soffocate, ed il roteare delle pupille perse nel bianco, come boa nel mare per immersi pensieri subaquei
capelli sempre riuniti in geometrie precise – vi vedo già sparsi ad accogliermi come un mare odoroso
andatura graziosa e incedere orgoglioso nella postura eretta – io immagino l’eccitante ritorno al quattrozampe animale
vorrei che il tuo pensiero più indicibile venisse ad alta voce declamato dall’altoparlante di una stazione come l’annuncio di un treno in arrivo o in partenza
vorrei che qualche cosa nel momento dell’abbandono al rapimento della frenesia mi ricordasse il tuo contegno dolce, misurato, musicale, della vita di tutti i giorni: un tuo abito, una tua espressione, un lampo negli occhi, un minimo dettaglio ancora intatto per quanto ormai isolato
e parimenti vorrei che, mentre ci troviamo in pubblico, io indovini da un tuo sguardo, o da un sorriso, qualche cosa che solo io posso sapere, che solo a me svelasti allora, quando eri persa”
quando ci incontreremo, so che non sarò più io,
avrò abbandonato me stesso,
sarò fuori – là dove sarai…
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Il veggente

Il veggente
mista su tela 
50×50 cm
“Che ne sapete voi del dono prezioso che mi ha investito? Cosa credete che sia quella vile abilità che a prezzo stracciato ho comprato al mercato? E’ una maledizione! Una maledizione che mi ha quasi sempre impedito di parlare e di dire, che mi ha fatto strappare da solo gli occhi dalle orbite, che dalla cantina più buia mi ha fatto anelare la luce, come un poppante il latte del seno materno. Non sapevate della mia cecità? Il mio accecamento nasce dal tentativo di seppellire nell’antro più buio della caverna il raggio abbagliante. Non sapevate che le mie visioni sono complicate trappole luminose che cercano di condurre in un pozzo?, che sono forgiate, dalla mia mano ruvida e terrosa, nella fucina dell’oblio? A me, condannato e infetto, a me! povero idiota, la bellezza bacia la fronte e ripassa in circolo con il dito della mano bianca, giocando con dolcezza, le nere orbite vuote! Voi non aspettatevi da me altro che disegni dell’impossibile che facciano gridare la solitudine e la disperazione!”

Il diario di Hermes – giorno n. 7

giorno n. 7 (tra parentesi)
che ciò sia detto tra parentesi: io amo il tra parentesi soprattutto quando complica e interrompe e fa perdere il filo (ritornano il de-ragliare e insieme Arianna e il Minotauro, ricorrenti immagini che perseguitano) di un discorso ben articolato, anche quando aggiunge un di più che alla fine potrebbe stare fuori di parentesi se fosse da un’altra parte (un approfondimento che s’insinua nel testo senza aggiungere se non un orpello), amo anche la vertigine del tra parentesi con un discorso lunghissimo, che può durare differenti righe, un paragrafo a sé, tanto che poi ci smarriamo come nel labirinto: non sappiamo più se siamo ancora tra parentesi o fuori nel testo, ci voltiamo un attimo indietro, per assicurarci che ci sia una parentesi alle nostre spalle e avanziamo velocemente fino al fondo del paragrafo per vedere che ci sia una parentesi alla fine, e rassicurati vorremmo ancora sostare un po’ nella sospensione (la sospensione del tra parentesi infatti crea anche un senso di sicurezza, come tornare nel grembo materno, come regredire alla lallazione, giustificati dal fatto che il discorso serio è fuori, nel resto del testo, mentre qui ci si può prendere delle libertà sia con il senso che con il significante, senza che qualcuno se ne accorga. Si può fare un esempio, una digressione, attardarsi in una spiegazione che il lettore può con comodità saltare senza per questo perdere la totalità del senso, mettere soltanto una sfumatura in più, un dettaglio, importante ma non essenziale. Si può addirittura essere oscuri e con le fiaccole gettare qualche lume sulle pareti. Una pausa necessaria intorno al fuoco per ritemprarsi durante un viaggio). Mi dico che sarebbe bello aprire una parentesi e poi non chiuderla più (per dare il senso della insoddisfazione perpetua e della sospensione senza risoluzione.
Sarebbe bello anche aprire e chiudere una parentesi senza mettere nulla in mezzo, per catturare il silenzio e l’assenza ( )
Infine affermo che tutto andrebbe scritto tra parentesi, poiché in fondo la vita non è altro che un tra parentesi con un prima e dopo ignoto, tanto che tutto potrebbe essere sintetizzato così:
(una vita)

Il diario di Hermes – giorno n. 6

giorno n. 6 (doppio ovvero i gemelli)
si comunica con il proprio Altro attraverso lo specchio in frantumi in una stanza vuota senza porte e senza finestre; i molteplici pezzi dell’immagine che ci sta davanti, nostro riflesso, rappresentano l’urlo ibernato dell’impossibilità di comunicare…
Immaginiamo che ogni pensiero, che ogni sentimento, che ogni espressione del nostro viso, che ogni singola fibra del nostro corpo, di notte venga rubato da un Altro che sia del tutto simile a noi – tutto ciò che con certezza pensavamo ci appartenesse, di diritto, nostra proprietà privata e intima, ci viene con altrettanto diritto portato via da questo ladro silenzioso e a nulla valgono la legge, a nulla l’autorità, a nulla le resistenze, non c’è nessuno che possa vedere e denunciare il fatto: quell’Altro appare identico a me e nessuno può contestargli di avere sottratto ingiustamente qualche cosa, poiché in fondoquell’Altro sono Io.
E’ il mio gemello identico: è specchio delle mie azioni, ripete meccanicamente ogni mio gesto, di proposito nello stesso modo, una frazione di tempo infinitesimale dopo, ma del tutto impercettibile dall’esterno e dagli altri, come l’aggiunta di un’eco alla mia voce – a chi non è capitato di provare questa sensazione: per la prima volta ha udito la propria voce registrata e gli è sembrata diversa, meno dolce, più metallica, quasi contraffatta, come la voce di un altro, e si è vergognato di avere pensato di parlare in un modo e invece di essere stato udito dagli altri sempre in un altro modo? Proprio questa è la sensazione che la presenza silenziosa dell’Altro porta con sé – possiamo non accorgecene mai, ma quando la intuiamo non ci abbandona più, come un’ombra che ci segue, la nostra ombra sempre attaccata al corpo, assenza di luce che si anima e che agisce al nostro posto e a nostra insaputa, quando vogliamo riposare (salvo poi venirci a narrare tutto con dovizia sadica di particolari, bisbigliando fastidiosamente nell’orecchio e prolungando così la nostra veglia).
Il nostro gemello è il retropensiero che ci smentisce dicendo l’opposto quando affermiamo qualche cosa come principio. Quando noi diciamo: “No”, lui dice: “Sì”, quando aneliamo alla luce, lui volge i propri occhi verso la tenebra, quando affermiamo di qualcosa che è bianco, lui intende nero; quando ci allontaniamo da una situazione spiacevole, lui ci si avvicina pericolosamente, quando decidiamo di sorvolare su qualcosa, lui interpreta il volo come un lasciare la scia di lumaca-aeroplano sul cielo…
A volte il mio gemello può interpretare i miei oscuri istinti meglio di quanto possa fare io e metterli in atto al mio posto: a nulla varrà allora tentare di rinnegarlo, di staccarmi dal cordone ombelicale che ci lega, a nulla varrà dire: “Io sono diverso, non sono lui”, solo perché non ho portato a realizzazione ciò che ho desiderato: ci penserà lui, mi guarderà di nascosto con i suoi occhi duri e con un ghigno che ben conosco, mentre si avvia a fare ciò che non riesco a fare. Quando affonderà la lama nel petto della vittima, quando sentirà il caldo sangue bagnargli le labbra, penserà a me, suo debole compagno da guidare sempre e da cui non si può separare mai, sua condanna e suo unico amore.
L’Altro cerca di cullarti in visioni consolatrici, dipingendoti diverso da ciò che sei, ma tu sai che l’immaginazione nasconde la rugosa realtà: ti dice che sei re in un castello, mentre fredde catene ti fermano i polsi e sbarre rigano il cielo; quando per miracolo potrai guardarti da fuori, con lo sguardo dell’Altro, ti vedrai simile ad uno scarafaggio che incespica stupidamente, muovendo le zampette in modo incontrollabile, come lo scarabeo e la sua palla di sterco, ostinato nel fare il contrario di ciò che ora ti pare ragionevole.
Ma la consapevolezza e il distacco durano poco: non ci si sbarazza facilmente del proprio gemello-altro che ci ingoia come un cannibale.
Ogni tanto ti chiedi se lui non sia in fondo altri che te stesso ma, per così dire, forgiato, plasmato, dallo sguardo delle altre persone: la tua passeggiata per strada, il tuo viso, la tua pettinatura, il tuo volto, le tue mani, tutto te stesso, anche la tua figura vista da dietro, la tua nuca, la tua schiena, tutto ti arriva filtrato dallo sguardo degli altri. A questo punto, ti dici: “Ecco! Gli altri mi rivelano ciò che sono per loro, in pubblico. La folla è lo specchio in cui mi vedo finalmente, ma, in fondo, io non sono così!” e ti piace rassicurarti al pensiero che nella tua tana sei al sicuro da quell’immagine pubblica falsa, dall’Altro che sei in piazza, che nei tuoi cunicoli puoi custodire e sottrarre a sguardi invidiosi e minacciosi, tesori e prede… Attento! Attento che quell’Altro non penetri di nascosto nel tuo nascondiglio e non ti faccia l’agguato alle spalle per usurpare il cantuccio dove pensavi non albergasse il pericolo! Sei proprio sicuro di custodire tesori, o si tratta soltanto di escrementi?
Sconcertato e esausto, dopo questo gioco di maschere, vorresti finalmente avere la pace che si raggiunge nel sonno e pensi di affogare l’Altro o nell’azione o rinnovando l’esercizio millenario del “Conosci te stesso”; vorresti che il tuo amato gemello (che ti aspetta a casa, che accende per te la stufa, che per te affila i coltelli) sparisse o non fosse mai esistito e pensi di sbarazzartene o con un gesto pubblico plateale oppure con la conoscenza esatta di te…
Tutto ciò è vano: una volta instaurato il gioco di specchi e la moltiplicazione dei punti di vista, l’unica speranza è vagare nel labirinto tenendo a bada le voci che lo percorrono, cercando l’uscita.
Occorrerebbe, lo sappiamo, risalire a prima della separazione, a prima del concepimento mostruoso dei gemelli, nell’utero…

il diario di Hermes – giorno n. 5

giorno 5 (a-capo)
nel testo sogno di interpretare e scrivere l’a-capo come assenza di capo o senza-capoe non come andare a capo nei due modi ammessi: come lirico passaggio (a-capo poetico), o come interruzione necessaria e logica al discorso, punto a capo (a-capo prosaico):
fine non evocata e giustificata dal principio
principio che non contiene alcuna armonica fine
improvvisa impensata interruzione.
E andare a capo senza accorgersi che
lo si è fatto
e farlo senza
necessità
a-capo significa: dare in pasto ai lupi il sapere accumulato, sentire l’eccitazione nascere da eserciti di idee in marcia senza comando, il loro solletico per tutto il corpo suscita erezioni meditate, il loro brulincante avanzare orgasmi di senso, il loro fermentare piacevoli deiezioni di sofismi cupi:
nubi, onde, tori, torri,
monte che s’ammantano di luce
sgualcite pagine di un diario: cartello stradale
mentre un mantello d’ambra mi ricopre come un sudario
il Battista ritrovato in un vagone letto durante il passaggio in galleria
danza con il capo sopra il vassoio
felice offerta di questo viaggio illuminato
per quanto notturno
occorre decentrare il volto come il cuore, volgerlo a sinistra, cercare l’ombra in cui giacere là dove non si trova: in pieno sole, nell’arsura dell’occhio divino – alzare le braccia verso il cielo per strapparne brandelli, alla cieca, dilaniare avidi l’azzurro come carne cruda di carcassa ancora calda (eleganti avvoltoi sanno lodare la ferocia – impariamo dalla loro pazienza nel volteggiare!):
c’è del nero oltre lo strappo ricucito della volta celeste, ferita di dio:
ecco la soglia!
è necessario de-capitare
il grano è maturo…