il diario di Hermes – giorno n. 4

giorno n. 4 (de-ragliare)
chi di voi ride del raglio dell’asino, per l’insistito I-OOOOO, dovrebbe guardarsi allo specchio: forse in sé può scorgere l’indicazione della direzione che conduce alla bestiale ignoranza e stupidità: l’identità affermata sub specie aeternitatis e il suo rincorrere nascondigli per salvare la pelle sotto lo sguardo bonario del Padre. I-OOOOO significa dunque superba affermazione di sé, coscienza come IO, base per saperi assoluti che come castelli di carte crollano al primo soffio del vento.
Il raglio dell’asino è l’espressione di un sapere che non ammette nulla fuori di sé, che non sopporta altro oltre sé, che riassorbe in sé tutto, che osa porsi al di fuori del corso degli eventi. Non conosce alter-azione e non è toccato da nulla. Troppo sicuro di sé e delle proprie forze, l’uomo che pretende di sapere, l’uomo a noi contemporaneo in fondo, sembra quell’asino che non ha altro vocabolo che il primo pronome personale singolare; tutto, qui, anche Dio, si innalza sulla base dello stupido raglio insistito: I-OOOOO.
Tuttavia, in passato l’asino era un animale sacro e divino e gli veniva tributato il giusto rispetto che merita una bestia che da sempre è stata familiare e utile al lavoro dell’uomo. Nella divinità dell’asino gli antichi vedevano la materia prima che deve formarsi e mettere capo ad una creazione sopra di sé, punto di partenza per l’azione dolce e modellatrice del desiderio, umile inizio necessario e pertanto benedetto per un perfezionamento finale.
A volte simbolo di irrefrenabile pulsione sessuale, del fallo in erezione, e vittima sacrificale durante feste in cui veniva lodata la sovrabbondanza, a volte protagonista di feste medioevali in suo onore, che erano momento di rovesciamento e inversione di ogni valore della società, l’asino ha incarnato in passato il basso portato in alto, l’inferiore lodato per le sue vili caratteristiche e proprio per questo reso celeste in speciali momenti rituali.
Immaginiamo di poter evocare quelle feste sacre e di riuscire ad interpretare, per soprannaturale potere, ciò che l’asino dice con il suo verso, il significato del suo raglio si tradurrebbe in queste profonde parole: “Non sappiamo fino a che punto nel bel mezzo della faticosa lotta con le onde siamo spinti dalla meta a cui tendiamo o dal semplice andare alla deriva. Se fossimo in grado di isolare il desiderio nella sua purezza, forse saremmo stupiti nel constatare che è spinto da una forza in grado di far deragliare e di far infrangere la barca contro gli scogli: un faro che sporca la luce del giorno con la sua oscurità”.
Pertanto, l’asino può insegnare a de-ragliare, il suo verso è sia monito che veicolo della propria negazione.
Il de-ragliare è, letteralmente, uscire di strada, inoltrarsi nella zona selvaggia del paesaggio, allontanarsi dai binari della logica comune, un incidente voluto che va contro il normale corso degli eventi. E’ perdere le coordinate per calpestare con piede eccitato l’ignoto, è disperdere ciò che era stato preservato. De-ragliare è smarrire il filo, andare avanti senza conoscere la meta; è lasciarsi andare alla spinta della vis a tergoche ci attraversa come un fiume. E’ il de-lirare, uscire dal solco, dai solchi. Abbandonare i campi coltivati, le colline dolci, le città piene di finestre illuminate come occhi, per inoltrarsi nella foresta di lupi e serpi e sassi. Ecco che qui ci si allontana dall’affermazione dell’io come fondamento di senso e di intelletto, dal raglio, dal verso che ci pare risibile, il de- è infatti la particella latina che significa separazione e allontanamento e privazione, il raglio dell’I-OOOOO viene negato in nome del non-sapere che insidia il sapere.
In modo paradossale, il de-ragliare, però, non esclude il proprio opposto: la logica crede di potersi prendere la rivincita in alcuni casi, avendo buon gioco nel mostrare che le affermazioni ed i concetti che compongono il de-ragliare non sono altro che ragli travestiti, che tutti i deliri sono pericolosi e contagiosi slittamenti verso un semplice ed irrazionale ragliare.
Noi siamo coscienti di ragliare anche quando pronunciamo e portiamo avanti la parola verità, sappiamo del lungo e necessario processo di denudamento e di crescita che dobbiamo intraprendere, sappiamo che l’essenziale per affermarsi deve passare attraverso l’inessenziale e non può farne a meno, come non può fare a meno del travestimento, della bestialità, del rovesciamento dei valori, del raglio insistito, per poi sacrificarsi in nome di un’unità divina alla quale assurge anche l’umile asino, de-ragliando verso l’ignoto...

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2 comments

  1. provo una sorta di sofferenza repressa a mettermi nei panni dell'asino che de-raglia….
    (mi esce un ruggito sonoro!:)

    Adoro queste tue visionarie considerazioni sull'istinto animale e sulla sua immedesimazione nella natura umana…è una crescita che necessità di equilibrio da entrambe le parti, poichè come scrivi, i deliri sono pericolosi, ma ci avvicinano all'occulto che a sua volta cela il sapere.
    L'uomo possiede il discernimento della ragione, una potenza estrema se affiancata alla forza istintuale (domata con cautela).

  2. Hai colto bene Carla il doppio movimento del significato che la figura dell'asino porta con sé e che ho cercato di esprimere, istinto represso e insieme esaltato attraverso il rovesciamento dei valori. 🙂 l'asino poi mi è servito da spunto per una riflessione poetica sul sapere. Mettersi nei panni no, ma non solo sapere di non sapere per affermare la vera conoscenza, in modo socratico (per quanto anche il tipico modo socratico di rapportarsi alla conoscenza in generale sia un cosa certa e valida e sperimentata), anche sapere che il non-sapere è necessario come residuo che non si può eliminare, scarto, perché nel momento che vogliamo eliminarlo e non vederlo ragliamo la nostra superbia. 🙂
    Grazie per la tua preziosa lettura che mi permette di avere altri punti di vista sul testo del diario.
    A presto, un abbraccio! 🙂

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