il diario di Hermes – giorno n. 2

giorno n. 2 (scherzo della febbre)
non si potrebbe reggere a lungo alla febbre che ogni giorno ci visiterebbe come un’ospite attesa ma troppo puntuale o in anticipo, qualora spingessimo i nostri pensieri a pascolare al margine dell’abisso…
circondati da ebbre colline al tramonto che rosseggia, solo come fugace soffio – dolce carezza sulla fronte madida e bollente e bacio della buonanotte di mamma da sotto le coperte rimboccate – rifluito dallo spiraglio di una porta lì affacciata, su quel fondo senza fondo, può sfiorarci il pensiero dell’abisso:
sentirsi preda del destino, pur sapendo del suo travestimento da caso fortuito – sapere che siamo insieme Assoluto e infimo granello di polvere – che bisogna vivere ogni istante come se fosse insieme superfluo e necessario, eterno e caduco – ecco la moneta che dobbiamo serbare e spendere al momento opportuno – ecco la verità scherzo della febbre…
invece, dimentichiamo la saggezza e ci apprestiamo di buon grado al salasso di anima, praticato quotidianamente, per guadagnare la tranquillità di coscienza, poi ci accomodiamo davanti al solito spettacolo in programma, tastando compiaciuti i fondali di cartapesta intorno alla nostra scena: così la vera vita ha le caratteristiche dell’unico lusso che ci concediamo dopo un lavoro estenuante
la vera vita oggi: una domenica trascorsa nella noncuranza, senza sapere perché e senza particolare piacere, giornata che ci vede troppo stanchi, spossati dal meccanico piegarci, in attesa di qualche cosa che non arriverà, come ciò che abbiamo “sulla punta della lingua”, ma non riusciamo più a dire, un fantasma recluso in una segreta impenetrabile della mente, qualche cosa che c’è stato un tempo, ma mai più, neanche per caso, ci sarà, che perde addirittura importanza nell’abitudine del ripetersi delle settimane, dei mesi, degli anni, che scorrono con la stessa uniformità dei pioppi che costeggiano un viale…
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4 comments

  1. molto bello per me Daniele questo pezzo. disseminato di grevi di sacralità senza orpelli di incavi e convessi.

    è l' ora – ora e sempre nell' attimo contenente – dell' abisso il suo orlo circolarmente efficace quanto apparente capestro ombelicale della cima.
    la puntualità paradossalmente arriva a mente sgombra
    e ci par febbre lo scavare lo scomporre il seducente meccanismo che ci sbava ci insanguina e ci fa continuamente come primo mattone al primo passo del labirinto. abbiamo tutti un' entrata per il labirinto e incessanti – inchiodati
    a scistose certezze e scivolose risposte – vi camminiamo verso e nel verso dentro nella stessa parola dentro.

    “circondati da ebbre colline al tramonto che rosseggia, solo come fugace soffio – dolce carezza sulla fronte madida e bollente e bacio della buonanotte di mamma da sotto le coperte rimboccate – rifluito dallo spiraglio di una porta lì affacciata, su quel fondo senza fondo, può sfiorarci il pensiero dell'abisso […]”

    notevoli immagini. il fugace soffio rifluito dallo spiraglio di una porta lì affacciata paragonato al tramonto che rosseggia che s' appresta a crescere a diventare buio e quindi notte così l' infanzia (il ricordo dell' infanzia e della cura) qualcosa che è un ombra di luce qualcosa di cui si avrebbe sete qualcosa che dal passato passa e si sa che è passato. ecco. qui il fulcro. la madre. e non so se sia un caso ma è al centro del testo che mi pare diviso come in tre “scene” – ci tornerò con piacere.
    trovo il pezzo intenso pieno di spunti e aditi per interpretazioni che si rinnovano e si ampliano in suggerimenti e visioni e immagini che piegano fanno fermare a riflettere a ogni lettura.

    caro saluto
    paola

  2. Buondì, carissimo!
    Leggerti porta a porsi degli in terrogativi, oltre che a denudare certe sensazioni indelebili del passato legato alla madre.
    mi rivedo sul letto con la febbre, le sue cure e la presenza insostituibile…la finestra con l'albero fuori, e tutta la sua luce.
    la febbre porta a delirare ma nel delirio la lucida e straziante verità emerge piano, si fa strada nella mente che non trova altri luoghi ove vagare…(e si pensa ad un'infinità di cose, anche a leopardi).
    Saranno qelle ebbre colline a iniettarci la forza?

    Ti leggo con grande interesse.
    a presto
    C.

  3. Grazie Paola per le tue parole che sono arte e creazione anch'esse, oltre che profonda attenzione e cura al testo. Hai saputo vedere qual è il fulcro, la presenza della madre ricollegata alla febbre. La febbre come condizione per accedere al mistero dell'abisso che poi viene calpestato dalle necessità della vita che ci prende nel meccanismo. La febbre che ci insegna verità come filastrocche, come scherzi, e come “ombra di luce” tu dici giustamente. La febbre che ci tiene a letto e malaticci ci gustiamo il tramonto, prima di tuffarci nella notte in cui il non-sapere è un balsamo per la nostra mente. E da lì ritrovare l'entrata del labirinto, cosa necessaria per chi non si accontenta del solito spettacolo in programma. Per perdersi forse, ma forse anche per intravedere una nuova uscita.
    Molto interessante ed azzeccata la tua analisi della divisione del testo in tre scene.
    E' davvero un grande piacere sapere che le mie parole risuonino in te e che abbiano suscitato queste intense riflessioni.
    Un caro saluto e grazie ancora

  4. Buongiorno cara Carla, che piacere vedere come le mie parole abbiano risvegliato ricordi legati al tuo vissuto! Hai colto molto bene il legame che per me c'è tra febbre e delirio e come nel delirio la verità si faccia strada, magari procedendo a zig-zag, magari barcollando a causa dell'ebbrezza, ma si fa strada. Hai intuito che l'immagine delle colline ebbre è ai miei occhi una immagine di forza, di pace e forza insieme.
    E' un piacere e un onore sapere che leggi con interesse ciò che scrivo.
    A presto

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