Mese: marzo 2012

il diario di Hermes – giorno n. 4

giorno n. 4 (de-ragliare)
chi di voi ride del raglio dell’asino, per l’insistito I-OOOOO, dovrebbe guardarsi allo specchio: forse in sé può scorgere l’indicazione della direzione che conduce alla bestiale ignoranza e stupidità: l’identità affermata sub specie aeternitatis e il suo rincorrere nascondigli per salvare la pelle sotto lo sguardo bonario del Padre. I-OOOOO significa dunque superba affermazione di sé, coscienza come IO, base per saperi assoluti che come castelli di carte crollano al primo soffio del vento.
Il raglio dell’asino è l’espressione di un sapere che non ammette nulla fuori di sé, che non sopporta altro oltre sé, che riassorbe in sé tutto, che osa porsi al di fuori del corso degli eventi. Non conosce alter-azione e non è toccato da nulla. Troppo sicuro di sé e delle proprie forze, l’uomo che pretende di sapere, l’uomo a noi contemporaneo in fondo, sembra quell’asino che non ha altro vocabolo che il primo pronome personale singolare; tutto, qui, anche Dio, si innalza sulla base dello stupido raglio insistito: I-OOOOO.
Tuttavia, in passato l’asino era un animale sacro e divino e gli veniva tributato il giusto rispetto che merita una bestia che da sempre è stata familiare e utile al lavoro dell’uomo. Nella divinità dell’asino gli antichi vedevano la materia prima che deve formarsi e mettere capo ad una creazione sopra di sé, punto di partenza per l’azione dolce e modellatrice del desiderio, umile inizio necessario e pertanto benedetto per un perfezionamento finale.
A volte simbolo di irrefrenabile pulsione sessuale, del fallo in erezione, e vittima sacrificale durante feste in cui veniva lodata la sovrabbondanza, a volte protagonista di feste medioevali in suo onore, che erano momento di rovesciamento e inversione di ogni valore della società, l’asino ha incarnato in passato il basso portato in alto, l’inferiore lodato per le sue vili caratteristiche e proprio per questo reso celeste in speciali momenti rituali.
Immaginiamo di poter evocare quelle feste sacre e di riuscire ad interpretare, per soprannaturale potere, ciò che l’asino dice con il suo verso, il significato del suo raglio si tradurrebbe in queste profonde parole: “Non sappiamo fino a che punto nel bel mezzo della faticosa lotta con le onde siamo spinti dalla meta a cui tendiamo o dal semplice andare alla deriva. Se fossimo in grado di isolare il desiderio nella sua purezza, forse saremmo stupiti nel constatare che è spinto da una forza in grado di far deragliare e di far infrangere la barca contro gli scogli: un faro che sporca la luce del giorno con la sua oscurità”.
Pertanto, l’asino può insegnare a de-ragliare, il suo verso è sia monito che veicolo della propria negazione.
Il de-ragliare è, letteralmente, uscire di strada, inoltrarsi nella zona selvaggia del paesaggio, allontanarsi dai binari della logica comune, un incidente voluto che va contro il normale corso degli eventi. E’ perdere le coordinate per calpestare con piede eccitato l’ignoto, è disperdere ciò che era stato preservato. De-ragliare è smarrire il filo, andare avanti senza conoscere la meta; è lasciarsi andare alla spinta della vis a tergoche ci attraversa come un fiume. E’ il de-lirare, uscire dal solco, dai solchi. Abbandonare i campi coltivati, le colline dolci, le città piene di finestre illuminate come occhi, per inoltrarsi nella foresta di lupi e serpi e sassi. Ecco che qui ci si allontana dall’affermazione dell’io come fondamento di senso e di intelletto, dal raglio, dal verso che ci pare risibile, il de- è infatti la particella latina che significa separazione e allontanamento e privazione, il raglio dell’I-OOOOO viene negato in nome del non-sapere che insidia il sapere.
In modo paradossale, il de-ragliare, però, non esclude il proprio opposto: la logica crede di potersi prendere la rivincita in alcuni casi, avendo buon gioco nel mostrare che le affermazioni ed i concetti che compongono il de-ragliare non sono altro che ragli travestiti, che tutti i deliri sono pericolosi e contagiosi slittamenti verso un semplice ed irrazionale ragliare.
Noi siamo coscienti di ragliare anche quando pronunciamo e portiamo avanti la parola verità, sappiamo del lungo e necessario processo di denudamento e di crescita che dobbiamo intraprendere, sappiamo che l’essenziale per affermarsi deve passare attraverso l’inessenziale e non può farne a meno, come non può fare a meno del travestimento, della bestialità, del rovesciamento dei valori, del raglio insistito, per poi sacrificarsi in nome di un’unità divina alla quale assurge anche l’umile asino, de-ragliando verso l’ignoto...

Ephemera

Ephemera
olio su tela
60×60 cm
Vorrei vivere nella sospensione, quando l’armonia è un miracolo che riempie gli occhi e il cuore con la semplicità di una unione che sfida ogni logica, vorrei percorrere le strade solitarie dell’abbandono e sapere di impossibili amori tra il sole e la luna. La bellezza ha in sé il proprio sfiorire come necessario destino: ciò che la rende preziosa è la vaga promessa di felicità unita al rimpianto di un eden perduto. Si affaccia orgogliosa alla finestra, consapevole di splendere effimera e di aver reso melodica anche la tragedia.

il diario di Hermes – giorno n. 3

giorno n. 3 (equazioni linerari)
piede che schiaccia il petto e pesa dolce sul cuore, accolto poi nei suoi capelli biondi sparsi, profumati come grano = miele succhiato attraverso il suolo come nettare nel tentativo di strisciare come un serpente ai suoi piedi sacri, per quanto sudici (equazione orizzontale dell’amore passionale e divino)
ano che espelle l’ombra viva dell’anima, tutto ciò che non vogliamo sapere e subodoriamo = occhio che contempla il sole, per esserne accecato, spuntato in cima al capo come un osceno e beffardo buco dello spirito, a volte gonfio come un fallo, occhio pineale, erutta come un vulcano tutto ciò che forma il non-sapere (equazione verticale di Bataille)
accecamento per troppo vedere, nei campi di grano colpo di pistola e corvi che improvvisano una danza estiva = notte cimitero di stelle, grido in fondo a nere cantine umide, ratti sonnambuli rosiccchiano idee chiare e distinte e istinti fermentano sotto forma di sogni in botti d’infanzia (equazione del veggente)
vene gonfie alle tempie riscaldate dal sole, ciondolo d’oro al suo collo nascosto nel profumo del seno, luccicante richiamo per gazze sempre in calore e tranquillamente affacciate alla violenza animale e cieca, moneta per comprarsi il lusso, al di là di ogni regola e di ogni invidia = putrefazione e materia fecale, acque sporche del pozzo nella cui freschezza amiamo in pieno giorno inumarci, cadavere sotto la luce della luna, argenteo riverbero delle acque salmastre di un porto ignoto (equazione alchemica)
IO = DIO (equazione della potenza)
sé = altro (equazione del divenire)
xè l’incognita del de-siderare, fiume che ci attraversa e ci disperde come particelle nel mondo, acqua nell’acqua, terra nella terra, fuoco nel fuoco, aria nell’aria…

il diario di Hermes – giorno n. 2

giorno n. 2 (scherzo della febbre)
non si potrebbe reggere a lungo alla febbre che ogni giorno ci visiterebbe come un’ospite attesa ma troppo puntuale o in anticipo, qualora spingessimo i nostri pensieri a pascolare al margine dell’abisso…
circondati da ebbre colline al tramonto che rosseggia, solo come fugace soffio – dolce carezza sulla fronte madida e bollente e bacio della buonanotte di mamma da sotto le coperte rimboccate – rifluito dallo spiraglio di una porta lì affacciata, su quel fondo senza fondo, può sfiorarci il pensiero dell’abisso:
sentirsi preda del destino, pur sapendo del suo travestimento da caso fortuito – sapere che siamo insieme Assoluto e infimo granello di polvere – che bisogna vivere ogni istante come se fosse insieme superfluo e necessario, eterno e caduco – ecco la moneta che dobbiamo serbare e spendere al momento opportuno – ecco la verità scherzo della febbre…
invece, dimentichiamo la saggezza e ci apprestiamo di buon grado al salasso di anima, praticato quotidianamente, per guadagnare la tranquillità di coscienza, poi ci accomodiamo davanti al solito spettacolo in programma, tastando compiaciuti i fondali di cartapesta intorno alla nostra scena: così la vera vita ha le caratteristiche dell’unico lusso che ci concediamo dopo un lavoro estenuante
la vera vita oggi: una domenica trascorsa nella noncuranza, senza sapere perché e senza particolare piacere, giornata che ci vede troppo stanchi, spossati dal meccanico piegarci, in attesa di qualche cosa che non arriverà, come ciò che abbiamo “sulla punta della lingua”, ma non riusciamo più a dire, un fantasma recluso in una segreta impenetrabile della mente, qualche cosa che c’è stato un tempo, ma mai più, neanche per caso, ci sarà, che perde addirittura importanza nell’abitudine del ripetersi delle settimane, dei mesi, degli anni, che scorrono con la stessa uniformità dei pioppi che costeggiano un viale…

Ab ovo

Ab ovo
olio su tela
50×50 cm
La morte è il semplice ritorno allo stato di incoscienza in cui il tempo svanisce, in cui c’è solo la notte delle cose presenti senza alcun perché. La fine è già contenuta nel principio? Sì, tutto quello che nell’alba indifferenziata dell’uovo si mescolava ed esisteva come potenzialità si è dispiegato lungo l’intera esistenza e dietro rimangono le tracce e la cenere argentea, che il vento amerà disperdere e confondere – ma chi poteva immaginare che quella fragile forma, quel puro involucro, portasse in sé il germe di tanto dispendio, di tanta irragionevole e sguaiata presenza, di tanto errare e chi sospettava che lì si nascondesse già il fetore di zolfo del cadavere? Lì, nello zampillo puro della fonte, nel getto bianco, incontenibile e violento, di fianco a quel pesce cieco che per osmosi dalla madre assume pensieri e sogni e miti, che posa la guancia sul cuscino della placenta per immaginare mondi senza gravità, prima di uscire dal guscio, lì il piede di dio ama sciacquarsi via lo sporco della cattiva coscienza, imbrattare le acque della nascita per il piacere di feticisti del sacro e minacciare la purezza con l’ombra della sua trascendenza.