Il proprio sapore

Ai suoi colleghi di lavoro non aveva quasi mai parlato di sé e della propria vita privata. A dire il vero non gli sembrava neanche di avere mai avuto “una vita”. Insomma aveva avuto le sue esperienze, era stato bambino, aveva avuto genitori buoni e pazienti, che lo avevano curato, era cresciuto più o meno bene, aveva avuto le classiche malattie, aveva avuto incidenti ma di poco conto, era stato operato di appendicite, ma tutto ciò non significava ancora “avere una vita”: tutti attraversano esperienze simili, non c’era nulla di speciale in tutto ciò. Ecco forse perché era “riservato”, sentiva che non era in grado di parlare di sé stesso come qualcuno a cui fossero capitare cose interessanti. Probabilmente a nessuno capitano mai cose così interessanti da essere ricordate se non perché riguardano proprio lui e se non è in grado di farcirle con la propria immaginazione, di ingigantirle, di omettere alcuni particolari noiosi. C’è chi riesce a raccontare con dovizia di particolari e come un avvincente romanzo la propria giornata, da quando si è alzato fino a quando è andato a dormire, persino quando ha portato a spasso il cane a fare i suoi bisogni, c’è chi invece non sa narrare sé stesso, teme di annoiare l’ascoltatore. Egli apparteneva a questa seconda categoria, di chi non sa farcire il reale esagerandolo e aggiungendo particolari non accaduti, ma che avrebbero potuto accadere, verosimili, di chi non sa incantare gli altri parlando di sé. Aveva vissuto sì, cominciava a intravedere dietro a sé le tracce del proprio passaggio, come la bava trasparente delle lumache. La sua esistenza si stava formando attraverso la sedimentazione, così come si formano le rocce, sentiva che qualche cosa di inesorabile stava alle sue spalle, il suo passato, le ore trascorse a studiare, le ore trascorse ad attendere, i sogni e gli incubi che popolavano le sue notti, i libri che aveva letto, i viaggi che aveva intrapreso, le donne che aveva desiderato, gli oggetti che aveva acquistato, ma allo stesso tempo guardava con sovrava indifferenza tutto ciò. Chi lo sa?, magari gli mancava il calore umano necessario per guardare con orgoglio a sé ed al proprio passato. Forse con il passare degli anni o da vecchio, si sarebbe lasciato andare ai ricordi, una lacrima di nostalgia gli sarebbe spuntata probabilmente ogni volta che avrebbe pensato a sé da giovane, ai suoi anni lavorativi, non sarebbe più stato in grado di contenere le proprie emozioni. Per il momento viveva nel presente e nel futuro prossimo. Questo atteggiamento influiva certamente sul suo carattere e suoi rapporti con gli altri. Avvertiva la sua esistenza come precaria e non giustificata da nulla, gratuita; per questo non reputava necessario ripercorrerla con sguardo nostalgico più di tanto. La sua vita era un dato di fatto, punto. Come quella pianta, come quell’incrocio, come quel tetto, come quel cartello scrostato. Né bella né brutta, né interessante né banale, né dolorosa né particolarmente piacevole, né intensa né piatta. Era una vita.

Quando gli venivano a chiedere sue notizie, sia per reale interesse, sia per mero espediente per ravvivare la conversazione, rispondeva “sì va tutto bene” senza speficare nulla. Come se volesse mettere il suo interlocutore a proprio agio, egli si abbassava scomparendo, diventando trasparente. Sì, nel suo intimo ambiva con tutta probabilità a diventare uno specchio senza spessore, puro riflesso degli altri e delle loro vite. Ciò non era dovuto a sottostima o a un particolare complesso, era semplicemente il suo modo d’essere. Non bisogna ingannarsi: non si sentiva inferiore a nessuno! Sapeva che siamo tutti uguali: non può succedere che un vita sia migliore rispetto ad un’altra, solo perché in essa accadono certi fatti e nell’altra invece no. Allora in cosa si costituiva il suo essere unico, quella sensazione che ogni essere vivente prova: il proprio “sapore” (non gli veniva in mente un termine più appropriato)? Sì, avvertiva precisamente tale sapore, un misto di pensatezza e di vicinanza piacevole con sé, era una sensazione inspiegabile, a metà tra nausea e dolcezza.

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