Mese: luglio 2011

Salmodia

Altra poesia di qualche anno fa intitolata “Salmodia”.



Ripiegato sul mistero

sussultavo ad ogni cenno

e polverose dita

ghermivano fiori sciupati;

petali di poesie

su corrotte attese

inebriavano come vino d’infanzia.

S’addensava quel forte

racchiuso tepore,

rannicchiato tra il corpo e l’ala

come un pulcino.

Oscuro germe d’innocenza

ancora resisteva con trafelato respiro

sul grembo materno.

Rabbrividendo

sillabavo preghiere

a memoria apprese,

orfano tra sguardi obliqui.

Bacio di luce sulle palpebre,

quel raggio sognante

s’accese in promesse velate;

tra quei muri odorosi risuonavano

cantilene, vagiti e risa,

e il sentore aspro dell’estate …

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Sorvolo

Pubblico una poesia di qualche anno fa. S’intitola ”Sorvolo”.


Oh inabissarsi e poi di nuovo sorvolare!

Immerso nella luce sognante

riaffioro naufrago

alla calma superficie di meraviglia.


Tu, piena di grazia,

su ali di seta volteggiando,

per gioco sfuggi

alle goffe mie imprese,

ed al sommesso balbettio dei miei canti.


E sorridi radiosa alla tua bugia

che è così dolce e lieve

come il profumo d’un fiore; sorridi


e con la tua voce anche me incanti.

La vita celestiale

Ogni tanto mentre dipingo ascolto musica. Oggi mentre lottavo con l’ultima opera per far risaltare i colori del cielo ho ascoltato due volte dall’inizio alla fine la Sinfonia n. 4 di G. Mahler.

Qui di seguito pubblico l’ultimo bellissimo movimento, un Lied, che è anche chiave di lettura dell’intera sinfonia:
Ecco il testo tradotto in italiano del canto di questo movimento:
LA VITA CELESTIALE
Noi godiamo le gioie celesti,
quel che giù in terra è gioia, ci è molesto;
di nessun mondano frastuono
s’ode qui in cielo il suono.
Tutto vive in pace dolcissima.
La nostra è una vita d’angeli,
e siamo in tutto felici,
danziamo e saltiamo,
balziamo e cantiamo:
San Pietro nel ciclo ci guarda fìsso.
Giovanni lascia l’agnello in libertà,
Erode il beccaio all’erta sta:
noi portiamo un paziente,
un innocente, un paziente,
un caro agnellino alla morte.
San Luca manda al mattatoio il bue,
senza pensarci troppo, senza scrupoli.
Il vino non costa un quattrino
nella celeste cantina;
gli angeli hanno messo il pane in forno.
Erbe buone e verdure d’ogni genere
crescono qui nel celeste giardino,
buoni asparagi, buoni fagiolini,
e tutto quello che più ci va a genio.
Pieni e pronti, ecco, son tutti i vassoi.
Ottime mele e pere, uve rare,
e gli ortolani, qui, lasciano fare.
E caprioli, e lepri, chi li vuole?
Dal mezzo della strada, le bestiole
coron dentro in cucina qui da noi.
E se un giorno di magro poi verrrà,
tutti i pesci, con gioia,a galla nuoteranno!
Già là San Pietro pesca
con la rete e con l’esca
nel vivaio celeste:
e Santa Marta sia la cuoca, presto!
Nessuna musica giù in terra suona,
che stia qui con la nostra a paragone.
Undicimila vergini preclare
si fan coraggio ed osano danzare.
Anche Sant’Orsola ride, a quei gesti.
Cecilia con i parenti
sono musici di corte eccellenti.
Le voci angeliche
scuotono i sensi dal gelo,
perché tutto alla gioia si desti!

Il proprio sapore

Ai suoi colleghi di lavoro non aveva quasi mai parlato di sé e della propria vita privata. A dire il vero non gli sembrava neanche di avere mai avuto “una vita”. Insomma aveva avuto le sue esperienze, era stato bambino, aveva avuto genitori buoni e pazienti, che lo avevano curato, era cresciuto più o meno bene, aveva avuto le classiche malattie, aveva avuto incidenti ma di poco conto, era stato operato di appendicite, ma tutto ciò non significava ancora “avere una vita”: tutti attraversano esperienze simili, non c’era nulla di speciale in tutto ciò. Ecco forse perché era “riservato”, sentiva che non era in grado di parlare di sé stesso come qualcuno a cui fossero capitare cose interessanti. Probabilmente a nessuno capitano mai cose così interessanti da essere ricordate se non perché riguardano proprio lui e se non è in grado di farcirle con la propria immaginazione, di ingigantirle, di omettere alcuni particolari noiosi. C’è chi riesce a raccontare con dovizia di particolari e come un avvincente romanzo la propria giornata, da quando si è alzato fino a quando è andato a dormire, persino quando ha portato a spasso il cane a fare i suoi bisogni, c’è chi invece non sa narrare sé stesso, teme di annoiare l’ascoltatore. Egli apparteneva a questa seconda categoria, di chi non sa farcire il reale esagerandolo e aggiungendo particolari non accaduti, ma che avrebbero potuto accadere, verosimili, di chi non sa incantare gli altri parlando di sé. Aveva vissuto sì, cominciava a intravedere dietro a sé le tracce del proprio passaggio, come la bava trasparente delle lumache. La sua esistenza si stava formando attraverso la sedimentazione, così come si formano le rocce, sentiva che qualche cosa di inesorabile stava alle sue spalle, il suo passato, le ore trascorse a studiare, le ore trascorse ad attendere, i sogni e gli incubi che popolavano le sue notti, i libri che aveva letto, i viaggi che aveva intrapreso, le donne che aveva desiderato, gli oggetti che aveva acquistato, ma allo stesso tempo guardava con sovrava indifferenza tutto ciò. Chi lo sa?, magari gli mancava il calore umano necessario per guardare con orgoglio a sé ed al proprio passato. Forse con il passare degli anni o da vecchio, si sarebbe lasciato andare ai ricordi, una lacrima di nostalgia gli sarebbe spuntata probabilmente ogni volta che avrebbe pensato a sé da giovane, ai suoi anni lavorativi, non sarebbe più stato in grado di contenere le proprie emozioni. Per il momento viveva nel presente e nel futuro prossimo. Questo atteggiamento influiva certamente sul suo carattere e suoi rapporti con gli altri. Avvertiva la sua esistenza come precaria e non giustificata da nulla, gratuita; per questo non reputava necessario ripercorrerla con sguardo nostalgico più di tanto. La sua vita era un dato di fatto, punto. Come quella pianta, come quell’incrocio, come quel tetto, come quel cartello scrostato. Né bella né brutta, né interessante né banale, né dolorosa né particolarmente piacevole, né intensa né piatta. Era una vita.

Quando gli venivano a chiedere sue notizie, sia per reale interesse, sia per mero espediente per ravvivare la conversazione, rispondeva “sì va tutto bene” senza speficare nulla. Come se volesse mettere il suo interlocutore a proprio agio, egli si abbassava scomparendo, diventando trasparente. Sì, nel suo intimo ambiva con tutta probabilità a diventare uno specchio senza spessore, puro riflesso degli altri e delle loro vite. Ciò non era dovuto a sottostima o a un particolare complesso, era semplicemente il suo modo d’essere. Non bisogna ingannarsi: non si sentiva inferiore a nessuno! Sapeva che siamo tutti uguali: non può succedere che un vita sia migliore rispetto ad un’altra, solo perché in essa accadono certi fatti e nell’altra invece no. Allora in cosa si costituiva il suo essere unico, quella sensazione che ogni essere vivente prova: il proprio “sapore” (non gli veniva in mente un termine più appropriato)? Sì, avvertiva precisamente tale sapore, un misto di pensatezza e di vicinanza piacevole con sé, era una sensazione inspiegabile, a metà tra nausea e dolcezza.

Le parole

Le parole sono formiche che si allineano su un campo bianco…camminano in fila, procedono secondo gli ordini, secondo disposizioni istintive, formiche che vanno e vengono dal loro cunicolo assegnato, formiche che non abbadonano il loro compito, testarde!, che si incrociano senza degnarsi di uno sguardo, scambiando solo un cenno d’intesa tra di loro, formiche che non si rassegnano davanti a nessun ostacolo, ma lo superano, ci passano di fianco, sopra, lo circumnavigano, non sono interessate che al loro preciso obiettivo da raggiungere al costo della vita, avanti, avanti, avanti verso il loro scopo… e cercare di farle cambiare percorso sembrava impossibile… aveva voglia di gridare forte, prorompere in un grido inarticolato talmente aveva in odio la pazienza necessaria, il lungo lavoro, la educazione estenuante, necessari per mettere ordine al subbuglio, al vulcano che ribolliva sotto la superficie, al fuoco che sentiva dentro…

ooooooooooooooooh aaaaaaaaaaaaaaaaah uuuuuuuuuuuuuuuuh come suonavano bene quei versi!, quale armonia rispetto al fruscio sporco delle parole, rispetto al sussurrare stentato che non riusciva a dire l’essenziale, meglio un lungo singhiozzo, un pianto disperato o di gioia che quel procedere falsamente umile e preciso, che quell’ordine marziale, che quel stentato, appiccicoso, brulicante, avanzare …