Omaggio a Romina Bracchi


Pubblico qui di seguito un mio scritto che è un omaggio alla pittrice Romina Bracchi. Raramente un’artista mi ha così colpito ed affascinato. Lo scritto è un tentativo di condividere l’incanto e trasmettere il senso dell’emozione che le sue opere mi hanno dato.

Questo è il sito web di Romina http://rominabracchi.jimdo.com/

Ogni tanto essere catturati da una immagine significa perdersi in essa, non riuscire più a uscirne. Davanti ai quadri di Romina Bracchi ci troviamo alla porte di un universo perfetto e chiuso in sé, pieno di rimandi interni, di legami, di relazioni, di significati che si richiudono di continuo: non c’è rapporto con l’esterno. Ci sono frammenti del mondo reale impigliati nella trama continuamente tessuta di opera in opera. Distinguiamo alcune forme ben precise: un corpo, un viso, uno sguardo, delle piante, tuttavia, come nel sogno il mondo esplode con la sua solidità ed i suoi nessi causali e prevedibili, così qui i frammenti vengono rielaborati e acquisiscono un significato affatto differente in contesti mutati. Anche il collage di fotografie, siano esse immagini di oggetti, persone, o fotogrammi cinematografici, è sottoposto allo stesso trattamento.
Universo a sé con una una propria forma ed una propria lingua fatta di simboli e di misteri. Incantesimo che ci conduce in un luogo con punti cardinali nuovi, con nuove leggi, con nuove stagioni, con ripetizioni rituali, con una logica affatto differente. E’ possibile descriverlo solo a patto di perdersi in esso. Occorre accettare la sfida ed accostarci al nuovo alfabeto simbolico che viene costruito.
La prima caratteristica è il divenire universale di tutte le forme: tutto diviene, la figura umana e la natura si compenetrano in una comunione mistica. La natura qui è un fluire continuo di particelle, viene colta in quelli che sono sempre stati considerati i suoi elementi primari, i quattro principi: terra, acqua, aria e fuoco. La prevalenza di un colore determina spesso una riflessione su uno di questi elementi, ad esempio il blu sull’acqua, il rosso sul fuoco, il grigio sulla terra. Ciò avviene in modo non descrittivo, non viene fornita una raffigurazione del mondo esterno, ma se ne coglie l’essenza profonda. È altresì interessante notare come i tratti dei personaggi siano diluiti nella descrizione del cosmo, come i capelli diventino radici, i corpi esplodano e si uniscano alla terra, allo spazio, diventino continenti, pianeti, i pensieri si intreccino come fili di una matassa e disegnino orditi ineffabili.
Anche la tecnica pittorica particolare che Romina utilizza, con collage di materiali vari, vuole rendere palpabile questo divenire come continuo mutare e stratificarsi del tutto. La superficie della tela non è un semplice schermo trasparente: la pittura si fa carne che pulsa, linfa che scorre. Si percepiscono e si toccano i vasi, i canali, in cui transita il flusso.
La pittrice deve essere la grande incantatrice, deve diventare una strega. Dalla conoscenza profonda della natura, dei riti esoterici con cui influire su di essa, può svelare le forze occulte agiscono in profondità, può mostrare le corrispondenze che l’occhio normale non sa vedere. La presenza ricorrente nelle sue opere di linee intrecciate, ora in matasse inestricabili, ora in arabeschi sinuosi, ora disposte in vortici ipnotici, e di segni che percorrono le figure legandole, sta a significare l’unione di tutte le cose nel divenire universale. L’abilità della strega-pittrice consiste nel renderlo visibile e nel dipanarlo.
Il sapere che ci vuole tramandare è un sapere magico: ogni forma è malia, è un innocente e malizioso tramite per soggiogare la nostra resistenza. Ogni forma è simbolo, inteso come un enigma che solo la divinazione può sciogliere. Non a caso una serie della sue opere è dedicata alla rievocazione degli Arcani.
Pittura affascinata dall’esoterico che sa cogliere l’unità anche là dove sembrerebbe esserci la suprema separazione: sa esprimere il mistero ultimo della unione degli opposti. A questo fine, deve avere una scienza esatta anche di tutto quello che la debolezza umana non vuole vedere e conoscere: la parte più maledetta, l’abisso che è dentro di noi, il lato oscuro che la patina di normalità vuole escludere, sia esso la follia che alberga nel profondo, o la sofferenza che il nostro essere al mondo ci riserva. Non arretra di fronte al male, perchè sa che è un lato necessario della esistenza, perchè sa che ogni rimozione è mutilazione. Questo procedere le permette di giungere fino alla vertigine della spaventosa simmetria che il male porta con sé: la bellezza, come già sapevano Baudelaire e Blake, ha l’ambiguo carattere di avere uno sguardo sia divino che infernale, di scendere dal cielo o di sbucare dall’abisso.
La conoscenza di questa unione non può avvenire a freddo, razionalmente, ma solo attraverso un rapimento estatico. L’estasi, che letteralmente significa “lo stare fuori di sé” (dal greco èk-stasis), è la massima forma di comunicazione in cui l’io non esiste più, si perde per ritrovarsi fuori di sé presso l’Altro. Molte passioni e molti atteggiamenti possono essere veicolo di estasi: l’amore, la passione, l’ebbrezza, la danza, ecc. Al culmine dell’estasi sta l’illuminazione in cui la pienezza della visione acceca, abbaglia, e si confonde con la più completa cecità.
Le opere di Romina hanno il potere di evocare e descrivere, con i loro simboli e le loro forme, attraverso forti contrasti, questo tipo di comunicazione e di dipingere un altrove in cui la luce più pura e il buio più tenebroso sembrano abbracciarsi. Ecco perché certe figure sono senza occhi (in alcune opere gli occhi sono stati letteralmente strappati e lo sguardo ricompare in un’altra parte del quadro) oppure sono bendate, oppure c’è un occhio isolato, o infine ci sono visi senza sguardo: si vuole rendere palpabile il corto circuito della visione estatica.
Questo procedere al limite del paradosso ha il suo punto più espressivo nella presenza ricorrente nei suoi quadri di persone in posizione fetale, quasi a voler riunire in un’unica immagine-simbolo, calzante e grande, la verità che la sua arte vuole esprimere.
Il feto è il principio della esistenza, lo sbocciare della stessa, speranza di vita, potenzialità di crescita e sviluppo; il liquido amniotico che racchiude certe figure è accogliente e caldo. Allo stesso tempo, mettersi in posizione fetale è cercare isolamento, protezione nel senso di regresso, autismo, assenza di comunicazione, voglia di chiusura assoluta, alla fine desiderio di morire. Ecco perché il feto è la massima espressione della unione tra gli opposti: perché esprime la massima vicinanza tra l’apertura del venire al mondo e la chiusura della morte.
Spero con queste righe di avere reso omaggio alla bellezza delle opere di Romina Bracchi e di aver fatto intendere l’originalità e la forza del significato della sua pittura.
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