Mese: maggio 2011

Il labirinto

Terzo estratto dal mio racconto

…occorre trovare l’uscita, l’uscita! In quel labirinto ogni movimento, persino lo stare fermi, era necessario ed insieme privo di senso particolare… poteva o avanzare a grandi falcate, affrettandosi verso non si sa dove, oppure trascinarsi titubante, ragionando su ogni mossa, a piccoli passi, oppure ancora fermarsi ad attendere… trovare l’uscita, l’uscita!, ma verso dove?, ma a cosa portava quell’intrico di corridoi? Passaggi dopo passaggi, soglie dopo soglie, gallerie sotto terra, uniforme ripetersi di muri simili, luce intravista in fondo al cunicolo, sfarfallio, pallida presenza… riverbero dell’uscita… sognava il momento in cui quella luce laggiù che intravedeva fioca, quasi solo indovinata, immaginata, forse allucinazione, magari lampo negli occhi dovuto alla stanchezza, sarebbe poco alla volta diventata un piccolo lume chiaro, minuscolo, quasi impercettibile, ma definito, un punto splendente lì in fondo, e, avvicinandosi, camminando, a poco a poco, sempre più grande, sempre più grande!, un crescendo che gli avrebbe fatto accelerare il battito del cuore, fino a fargli male – si sarebbe poi tramutata in un fascio radioso come il sorriso della donna amata, come la sua bocca sensuale e socchiusa per essere baciata, come i suoi occhi sereni e attenti su di lui – poi coll’avanzare, finalmente, sarebbe diventata un’accecante e avvolgente esplosione tanto che non sarebbe più stato in grado di distinguere nulla, solo bianco, bianco bianco e gioia gioia pura gioia… e invece era un’illusione, proprio così: un’illusione!, invece, si tornava nel buio più totale, le tenebre non gli consentivano neanche di vedersi i piedi…. “eppure, si diceva, eppure continuo a percepire qualcosa, devo procedere”…………..

… forse quel labirinto era un gioco beffardo di un dio… forse un essere superiore si divertiva a vederlo in trappola… vederlo sbattere contro il muro, vederlo tastare le pareti per trovare uno spiraglio, vederlo tornare indietro dopo tanta fatica, girare in tondo come un cane che cerca di mordersi la coda…. ah ah ah sì, davvero buffo doveva essere il suo viso allo specchio, il suo viso da funerale, triste, disingannato, stanco dopo tanto peregrinare, il suo viso spento, smunto, doveva essere buffo sì e tutta quella situazione era così comica ah ah ah! l’eterno giocava con lui, egli era alla mercè di un dio che si comportava come un bimbo crudele, sì. La sua testarda serietà gli impediva di ridere del destino grottesco del suo essere al mondo e ciò lo rendeva ancora più comico ah ah ah! L’uscita era lì dietro l’angolo e lui come uno stupido insetto incespicava e girava dalla parte opposta, le volgeva le spalle, o si spostava lateralmente… tornava indietro verso l’entrata, caparbio, quasi sicuro di sé… ah ah ah

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Come la notte

Pubblico una mia poesia di qualche anno fa intitolata “Come la notte”.

asservito ai tuoi sussurri,

non penso e non sono,

e la notte esonda plumbea

nuvolosa, cimitero di stelle,

agonia delle sepolte memorie,

opaca di sogni colmi di nostalgia,

cieco nero ordito,

intessuto di confessioni di passati delitti,

sacra prigione.

Onda di alta marea,

oh mia sposa, oh dea,

come la notte

ghermisci in vertiginoso abbraccio;

ogni vaga esitazione

affoga in te …




Alla finestra

Continuo a pubblicare pezzi del mio racconto, della parte in cui è descritta la mente del protagonista che sta avviandosi verso la follia, il delirio:

zzzzz….sbattere la testa contro l’invisibile, come una mosca, zzzzz volteggiare alla finestra cozzando sempre violentemente occhi, antenne, ali, zampe… vedere la vita trascorre come una piana giornata primaverile, vedere le nubi passare e disegnare strane figure, arabeschi nel cielo, vedere i bambini giocare nel giardino, le ragazze accaldate e rosse in viso, i capelli raccolti, il loro collo candido esposto, la violenza dell’azzurro del cielo e essere lì immobile, un fremito senza espressione in quella stanza buia, un oscuro grumo, una macchia nera appostata, una bestia da preda sempre destinata al digiuno, attendere, attendere, e non poter mai abbandonare l’aria stantia carica di polvere, di sporco, di cattivi pensieri… e poi passato il limite, il punto di non ritorno, intravisto un improbabile spiraglio, una via d’uscita immaginaria, cozzare, cozzare, cozzare la testa contro quell’invisibile diaframma che separa dalla vita vissuta, sbattere la testa fino all’incoscienza, fino all’annientamento… zzzz zzzz zzzz

L’apparato di cattura

Pubblico qui di seguito un pezzo estrapolato da un racconto che sto scrivendo. Il racconto si struttura su un doppio registro: normalità e follia; nella mia idea (ancora in fieri) dovrebbero alternarsi pezzi che raccontano con linguaggio piano la normalità della vita del personaggio e pezzi invece in cui è evidente il lavorio della sua mente che porta poi alla pazzia.

Il pezzo che pubblico fa parte di questo secondo livello.
Il ragno avanza verso il centro della sua tela, il suo prodigio. Un insieme perfetto se ci si pensa, un apparato di cattura: presente e allo stesso tempo assente, linee invisibili che irretiscono d’improvviso, come un pensiero mai pensato che s’installa ingombrante nella nostra mente, diventando ossessione, luogo di caccia ed attesa, di meccanico movimento che coinvolge però la volontà. Il ragno sa a cosa penserà la sua preda: con un misto di stupore e paura si dibatterà cercando di capire perché le sue ali si muovono a stento e come ha potuto essere intrappolata. L’orrore è palpabile in certi momenti e ci si chiede sgomenti chi possa averlo suscitato. L’invisibile cattura il visibile e lo intrappola per cibarsene, ne succhia il midollo. Chi non sa vedere le tele e le trame che ordiscono il suo destino vive tranquillo finché non ha il sentore che la realtà è una pura finzione, infima parte, semplice barlume, finché non rimane intrappolato e si rode il fegato dalla disperazione, finché non capisce che la luce che illumina il suo mondo è solo il riverbero di un riverbero.

Il sepolcro

Folgorante inizio del poema “L’arcangelico” di G. Bataille.

IL SEPOLCRO

I

Immensità criminale
vaso incrinato dell’immensità
sfacelo senza limiti

immensità molle che mi spossessa
io sono fiacco
l’universo è colpevole

la follia alata la mia follia
lacera l’immensità
e l’immensità mi lacera

sono solo
ciechi leggeranno queste righe
dentro interminabili tunnels

sprofondo nell’immensità
che sprofonda in se stessa
lei è più nera della mia morte

il sole è nero
la bellezza d’un essere è il fondo delle cantine un grido
della notte definitiva

Bianco tenebra

Bianco tenebra
olio su tela
40×50 cm

Un gioco innocente diventa una corsa inesorabile verso l’abisso, come l’avanzare di un temporale in una soleggiata giornata estiva. Preferiva ignorare i motivi che lo avevano spinto fin lì, al margine della foresta. L’angoscia rivelava la metamorfosi vicina: un abbraccio ancestrale, di cui non conosceva né principio né fine, che lo avrebbe trascinato verso il basso. La corruzione come fine dell’innocenza è l’unico desiderio che è insieme maledetto e necessario. Scosso dai brividi, per un momento volle tornare indietro, tornare a casa, tra i guanciali di sogni, fermare il tempo all’istante in cui aveva visto il viso di sua madre sorridergli radioso – ma i graffi sulla pelle, ma il freddo, ma quella lacerazione, lo riportavano in quel regno stregato e malvagio, lo spingevano a procedere, desiderando perfino i vantaggi di essere un insetto che suscita ribrezzo. E la luna gli accarezzava il viso, mentre il nero ordito del suo destino, come la tela invisibile di un ragno, lo imprigionava per sempre.

Omaggio a Romina Bracchi


Pubblico qui di seguito un mio scritto che è un omaggio alla pittrice Romina Bracchi. Raramente un’artista mi ha così colpito ed affascinato. Lo scritto è un tentativo di condividere l’incanto e trasmettere il senso dell’emozione che le sue opere mi hanno dato.

Questo è il sito web di Romina http://rominabracchi.jimdo.com/

Ogni tanto essere catturati da una immagine significa perdersi in essa, non riuscire più a uscirne. Davanti ai quadri di Romina Bracchi ci troviamo alla porte di un universo perfetto e chiuso in sé, pieno di rimandi interni, di legami, di relazioni, di significati che si richiudono di continuo: non c’è rapporto con l’esterno. Ci sono frammenti del mondo reale impigliati nella trama continuamente tessuta di opera in opera. Distinguiamo alcune forme ben precise: un corpo, un viso, uno sguardo, delle piante, tuttavia, come nel sogno il mondo esplode con la sua solidità ed i suoi nessi causali e prevedibili, così qui i frammenti vengono rielaborati e acquisiscono un significato affatto differente in contesti mutati. Anche il collage di fotografie, siano esse immagini di oggetti, persone, o fotogrammi cinematografici, è sottoposto allo stesso trattamento.
Universo a sé con una una propria forma ed una propria lingua fatta di simboli e di misteri. Incantesimo che ci conduce in un luogo con punti cardinali nuovi, con nuove leggi, con nuove stagioni, con ripetizioni rituali, con una logica affatto differente. E’ possibile descriverlo solo a patto di perdersi in esso. Occorre accettare la sfida ed accostarci al nuovo alfabeto simbolico che viene costruito.
La prima caratteristica è il divenire universale di tutte le forme: tutto diviene, la figura umana e la natura si compenetrano in una comunione mistica. La natura qui è un fluire continuo di particelle, viene colta in quelli che sono sempre stati considerati i suoi elementi primari, i quattro principi: terra, acqua, aria e fuoco. La prevalenza di un colore determina spesso una riflessione su uno di questi elementi, ad esempio il blu sull’acqua, il rosso sul fuoco, il grigio sulla terra. Ciò avviene in modo non descrittivo, non viene fornita una raffigurazione del mondo esterno, ma se ne coglie l’essenza profonda. È altresì interessante notare come i tratti dei personaggi siano diluiti nella descrizione del cosmo, come i capelli diventino radici, i corpi esplodano e si uniscano alla terra, allo spazio, diventino continenti, pianeti, i pensieri si intreccino come fili di una matassa e disegnino orditi ineffabili.
Anche la tecnica pittorica particolare che Romina utilizza, con collage di materiali vari, vuole rendere palpabile questo divenire come continuo mutare e stratificarsi del tutto. La superficie della tela non è un semplice schermo trasparente: la pittura si fa carne che pulsa, linfa che scorre. Si percepiscono e si toccano i vasi, i canali, in cui transita il flusso.
La pittrice deve essere la grande incantatrice, deve diventare una strega. Dalla conoscenza profonda della natura, dei riti esoterici con cui influire su di essa, può svelare le forze occulte agiscono in profondità, può mostrare le corrispondenze che l’occhio normale non sa vedere. La presenza ricorrente nelle sue opere di linee intrecciate, ora in matasse inestricabili, ora in arabeschi sinuosi, ora disposte in vortici ipnotici, e di segni che percorrono le figure legandole, sta a significare l’unione di tutte le cose nel divenire universale. L’abilità della strega-pittrice consiste nel renderlo visibile e nel dipanarlo.
Il sapere che ci vuole tramandare è un sapere magico: ogni forma è malia, è un innocente e malizioso tramite per soggiogare la nostra resistenza. Ogni forma è simbolo, inteso come un enigma che solo la divinazione può sciogliere. Non a caso una serie della sue opere è dedicata alla rievocazione degli Arcani.
Pittura affascinata dall’esoterico che sa cogliere l’unità anche là dove sembrerebbe esserci la suprema separazione: sa esprimere il mistero ultimo della unione degli opposti. A questo fine, deve avere una scienza esatta anche di tutto quello che la debolezza umana non vuole vedere e conoscere: la parte più maledetta, l’abisso che è dentro di noi, il lato oscuro che la patina di normalità vuole escludere, sia esso la follia che alberga nel profondo, o la sofferenza che il nostro essere al mondo ci riserva. Non arretra di fronte al male, perchè sa che è un lato necessario della esistenza, perchè sa che ogni rimozione è mutilazione. Questo procedere le permette di giungere fino alla vertigine della spaventosa simmetria che il male porta con sé: la bellezza, come già sapevano Baudelaire e Blake, ha l’ambiguo carattere di avere uno sguardo sia divino che infernale, di scendere dal cielo o di sbucare dall’abisso.
La conoscenza di questa unione non può avvenire a freddo, razionalmente, ma solo attraverso un rapimento estatico. L’estasi, che letteralmente significa “lo stare fuori di sé” (dal greco èk-stasis), è la massima forma di comunicazione in cui l’io non esiste più, si perde per ritrovarsi fuori di sé presso l’Altro. Molte passioni e molti atteggiamenti possono essere veicolo di estasi: l’amore, la passione, l’ebbrezza, la danza, ecc. Al culmine dell’estasi sta l’illuminazione in cui la pienezza della visione acceca, abbaglia, e si confonde con la più completa cecità.
Le opere di Romina hanno il potere di evocare e descrivere, con i loro simboli e le loro forme, attraverso forti contrasti, questo tipo di comunicazione e di dipingere un altrove in cui la luce più pura e il buio più tenebroso sembrano abbracciarsi. Ecco perché certe figure sono senza occhi (in alcune opere gli occhi sono stati letteralmente strappati e lo sguardo ricompare in un’altra parte del quadro) oppure sono bendate, oppure c’è un occhio isolato, o infine ci sono visi senza sguardo: si vuole rendere palpabile il corto circuito della visione estatica.
Questo procedere al limite del paradosso ha il suo punto più espressivo nella presenza ricorrente nei suoi quadri di persone in posizione fetale, quasi a voler riunire in un’unica immagine-simbolo, calzante e grande, la verità che la sua arte vuole esprimere.
Il feto è il principio della esistenza, lo sbocciare della stessa, speranza di vita, potenzialità di crescita e sviluppo; il liquido amniotico che racchiude certe figure è accogliente e caldo. Allo stesso tempo, mettersi in posizione fetale è cercare isolamento, protezione nel senso di regresso, autismo, assenza di comunicazione, voglia di chiusura assoluta, alla fine desiderio di morire. Ecco perché il feto è la massima espressione della unione tra gli opposti: perché esprime la massima vicinanza tra l’apertura del venire al mondo e la chiusura della morte.
Spero con queste righe di avere reso omaggio alla bellezza delle opere di Romina Bracchi e di aver fatto intendere l’originalità e la forza del significato della sua pittura.